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Smile 29: controllare il web per fermare i pedofili

Una dichiarazione adottata dal Parlamento Europeo pone la possibilità di un sistema europeo di allarme che, monitorando in real-time gli accessi alla rete e gli user generated content, fermi il caricamento di contenuti illeciti. La proposta è italiana

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Il Parlamento Europeo potrebbe presto dover fare i conti con una proposta per certi versi simile a quella che in passato è già giunta al Parlamento italiano sotto forma di iniziativa anti-pedofilia firmata dall’on. Gabriella Carlucci. Trattasi anche in questo caso di una proposta italiana, firmata dall’on. Tiziano Motti (Unione dei Democratici cristiani e dei Democratici di Centro) e consistente ad oggi in una dichiarazione scritta «sulla creazione di un sistema di allerta rapida europeo (S.EA.R.) contro pedofili e molestatori sessuali». Il testo della proposta (pdf) è disponibile online sul sito “Smile29” con cui l’iniziativa viene promossa.

Indubbia la bontà dei fini, più nebulosa la qualità del mezzo. Tra le finalità occorre annoverare i punti indicati nell’incipit della dichiarazione:

  • «considerando la necessità di mantenere alti i livelli di democrazia virtuale offerti da Internet senza rischi per donne e bambini»;
  • «considerando tuttavia che un abuso delle opportunità fornite dalla tecnologia può facilitare atti di pedopornografia e molestie sessuali»;
  • «considerando che la rete offre libertà d’azione anche a pedofili e molestatori sessuali, equiparandoli a onesti cittadini e rendendoli difficilmente tracciabili anche all’autorità pubblica».

In virtù di tutto ciò il proponente

  • «chiede al Consiglio e alla Commissione di implementare la direttiva 2006/24/CE estendendola ai motori di ricerca, per contrastare in maniera rapida ed efficace la pedopornografia e le molestie sessuali online»;
  • «invita gli Stati membri a coordinare un sistema di allerta rapido europeo tra le autorità pubbliche, sul modello di quello già esistente per gli allarmi alimentari, al fine di contrastare la pedofilia le molestie sessuali».

Il tutto si rende più chiaro nei “chiarimenti sulla dichiarazione 29/2010” nel quale si sottolinea che la Risoluzione del Parlamento Europeo «non è un atto legislativo» ma una semplice base di partenza per una discussione fattiva sull’argomento. La dichiarazione, nella fattispecie, viene descritta come un documento che «rispettando il diritto alla Privacy dei cittadini, intende rendere perseguibili i pedofili che utilizzano la rete internet per adescare i ragazzini e le ragazzine, nonché rendere perseguibili coloro che immettono materiale pedopornografico in internet, creando un sistema di allerta rapido europeo».

Si precisa inoltre come la volontà sia quella di identificare gli utenti collegati per poi punirne l’eventuale caricamento di contenuti illeciti sul web: «la Direttiva sulla Data Retention (2006/24/CE) sia estesa agli utilizzatori di internet che inseriscono contenuti in rete, definibili anche “User Generated Contents” (che inviano ai motori come Youtube immagini e filmati che ritraggono abusi sessuali su minori, per esempio). La dichiarazione, identifica chiaramente l’obiettivo di perseguire la pedopornografia e le molestie sessuali on-line (e non, per esempio, le ricerche effettuate tramite i motori)». Quest’ultimo punto sembra peraltro smentito dal testo stesso della proposta, nella quale si chiede esplicitamente l’estensione della direttiva 2006/24/CE ai motori di ricerca. L’ambiguo uso della parola “motori” potrebbe però essere la fonte ed il motivo dell’incomprensione.

Anche nelle precisazioni, però, il “come” non è dettagliato. Rimane pertanto il dubbio per cui il sistema di allerta auspicato debba necessariamente passare per una identificazione puntuale di tutti gli utenti connessi: la dichiarazione punta quindi a spostare l’equilibrio tra privacy e data retention, chiedendo maggior monitoraggio al fine di non lasciare impunito l’eventuale caricamento di contenuti illeciti.

Sebbene firmata da 370 colleghi (probabilmente attenti alle motivazioni più che alle modalità) e quindi adottata, la proposta si ferma al momento allo status di semplice dichiarazione scritta: tra il dire e il fare c’è di mezzo un mare di discussioni utili a far emergere le discrasie di un approccio già bocciato in più riprese e da più assemblee.

Per l’on. Tiziano Motti trattasi peraltro di un approccio lineare e coerente con quanto già proposto in passato, quando con apposita interrogazione parlamentare del 7 Settembre 2009 chiedeva di tutelare la dignità della persona ponendo dei limiti oggettivi all’anonimato online: «La «Risoluzione sulla tutela della privacy nei servizi di social network» promuove l’utilizzo di pseudonimi per postare commenti sul Web al fine di conciliare il diritto alla libertà di espressione con quello della privacy di coloro che utilizzano un Forum virtuale. Ma la risoluzione non affronta la problematica della tutela dei «soggetti passivi», ovvero dei destinatari di notizie non veritiere […] Ciò crea, una «zona franca» in Internet in cui i cittadini non godono degli stessi diritti; essa permette anche ai gestori dei blog definiti «aperti», ovvero «non moderati», e ai server provider che li ospitano di non essere perseguibili per i contenuti pubblicati, a differenza dei direttori e degli editori delle testate on-line […]. Fermo restando il diritto di ciascuno di esprimere democraticamente le proprie idee, può la Commissione far sapere se la legislazione comunitaria in vigore preveda già la possibilità di identificare il provider che ospita un blog con “post” diffamatori nonché il gestore e gli autori degli stessi?». Ad un anno di distanza, l’interrogazione del 2009 si è evoluta nell’odierna dichiarazione e nella richiesta di un sistema europeo di allarme automatico basato su un monitoraggio attivo degli upload e delle connessioni.

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