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Arriva Panic Button per Facebook

Nel Regno Unito Facebook è stato in qualche modo costretto ad adottare il Panic Button, uno strumento che consente ai ragazzi di segnalare i pericoli incrociati online. Sempre che i ragazzi li riconoscano: il Panic Button è utilità o ipocrisia?

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Se la novità non fosse esplicitamente riferita al Regno Unito, avremmo pensato sarebbe stata la classica storia italiana. E invece no. Invece succede altrove, anche se è facile immaginare che in Italia troverà presto accaniti proseliti pronti a cavalcarne l’onda. E occhio: non si vuol bocciare in toto l’iniziativa. Si vuol però tentare di andare oltre la facciata per capire cosa è utilità e cosa è rumore. Perchè quando si parla di Facebook, spesso la confusione regna sovrana.

Nel Regno Unito il social network di Mark Zuckerberg porterà sulle proprie pagine il cosiddetto “Panic Button“. Si tratta di un vero e proprio pulsante di emergenza, una sorta di SOS integrato nel sito e riservato agli utenti di minore età. Il Panic Button nasce con un obiettivo specifico: consentire al ragazzo di segnalare situazioni nelle quali si sente vittima di una qualche situazione pericolosa. Il pulsante può essere utilizzato ad esempio per segnalare atti di bullismo online, oppure approcci maldestri, o ancora messaggi ricevuti e sui quali si nutrono sensazioni negative. L’idea è quella di disporre di un salvagente al quale il ragazzo possa aggrapparsi per segnalare uno stato di difficoltà e, solo davanti al pc, ha la possibilità di attivare chi può indagare ed approfondire la situazione.

Fin qui tutto apparentemente lineare. Il “Panic Button” è collegato al Child Exploitation and Online Protection Centre (CEOP), gruppo che mette a disposizione del ragazzo tutte le informazioni necessarie per evitare i pericoli e per fare in modo che si possano portare avanti le opportune segnalazioni nel caso in cui il minore si senta vittima di un atto di violenza perpetrata per via digitale. Il CEOP fa direttamente riferimento al Governo UK e rappresenta il braccio armato istituzionale nella lotta al cyberbullismo ed alla pedofilia per via informatica. Il nuovo pulsante diventa ora parte integrante dell’applicazione con cui il CEOP è presente da tempo sul social network.

La forma è ineccepibile, ma lo stesso non si può dire per la sostanza. Facebook, non a caso, ha per molto tempo allontanato l’ipotesi “Panic Button” poiché non riteneva cosa buona e giusta affidare ad altrui strumenti la lotta nei confronti di questo o quel responsabile. Poi, però, il gruppo ha ceduto: un raccolta firme interna alle forze dell’ordine ed il coinvolgimento di un genitore con il cuore spezzato per un fatto di cronaca che, partendo da Facebook, ha portato via la vita di una ragazza, infatti, ha “costretto” Facebook a fare i conti con la realtà. Respingere ulteriormente il “Panic Button” poteva essere una scelta diplomatica scomoda, meglio assecondare masse e istituzioni. Ma dietro il ragionamento di Facebook c’era la conoscenza di un modo diverso, quello digitale, un mondo parallelo con regole sue e le cui ricadute sulla realtà sono spesso meno logiche di quanto possano sembrare.


Maschera e ostacolo

Il Panic Button, infatti, rischia di diventare al tempo stesso una maschera e un ostacolo.

Una maschera
Il Panic Button rischia di diventare la maschera dietro cui genitori e istituzioni si nascondono. Un bottone in bella vista è una situazione di superficiale comodità che delega ai ragazzi la responsabilità di capire le situazioni di pericolo, il modus operandi per portare le stesse alla conoscenza di un qualche elemento controllore ed affrontare con coraggio quel che ne consegue. La maschera, però, non fa altro che celare il fatto che i ragazzi spesso ignorano i pericoli e, anzi, vi si fiondano dentro con estrema ingenuità. “Non accettare caramelle dagli sconosciuti”: il consiglio era forse inutile, ma almeno metteva in guardia da possibili pericoli e costringeva la coscienza a rimanere vigile. “Premi un pulsante se uno sconosciuto ti offre una caramella” è invece un consiglio labile: la caramella verrà sempre ricevuta. E così verrà sempre letto e accettato un messaggio privato, o una richiesta di amicizia, o una condivisione di immagini. Quando il rischio si fa concreto, spesso il “Panic Button” non serve più poichè la concretizzazione di un pericolo avviene anzitutto nella realtà. La maschera dietro cui ci si nasconde è una maschera che copre un occhio chiuso per inettitudine: ai ragazzi si danno responsabilità che i ragazzi non dovrebbero avere, e così facendo si alleggerisce la coscienza di una società che non si sente in grado di tutelarli.

Un ostacolo
I casi sono due: o il Panic Button sarà ignorato come uno strumento per deboli incapaci di affrontare da soli la realtà (ahimè, spesso i ragazzi sono i primi bulli di sé stessi), oppure ne scaturirà un abuso deleterio che andrebbe a riempire il CEOP di fastidioso rumore di fondo. Ed il rumore non è mai utile perchè confonde le statistiche, rende difficoltoso il monitoraggio e rischia di far perdere nel mucchio le reali situazioni di difficoltà.

Facebook non voleva integrare il Panic Button perchè voleva gestire in proprio le segnalazioni. Il social network ha dalla propria una quantità di informazioni invidiabile e la possibilità di scavare a fondo nei dati statistici e nei messaggi di stato, carpendo per via informatica le eventuali situazioni di pericolo e con la possibilità di segnalare in seguito il tutto alle autorità. Il CEOP ha però voluto seguire una strada propria e Facebook ha assecondato tale volere. Ma è questa la via giusta?


Non basta il Panic Button

Ai ragazzi occorre insegnare lo strumento ed i suoi pericoli. Ai ragazzi occorre fornire assistenza continua e indiscreta, un riferimento capace presso cui chiedere come comportarsi in caso di difficoltà. Non si insegna ai ragazzi come affrontare un pericolo schiacciando un bottone che mette in relazione diretta con un servizio dello Stato.L’intermediazione è in questi casi necessaria perchè aiuta a comprendere i pericoli e ad affrontarli, non ad aggirarli con un “click”.

Soprattutto, la consapevolezza è prevenzione. Il Panic Button invece è un modo per intervenire quando già il ragazzo ha preso coscienza del pericolo e già si trova invischiato in una situazione in cui non voleva essere. Il Panic Button può essere sì utile, ma non deve essere considerato come la soluzione assoluta del problema: un SOS può essere l’estrema ratio, ma un percorso formativo e la compagnia di un genitore di fronte agli strumenti dell’innovazione digitale sono elementi basilari insostituibili, fondamentali e di unica efficacia.

“Non accettare caramelle dagli sconosciuti” deve equivalere all’odierno “Non accettare una richiesta di amicizia da uno sconosciuto”. Un consiglio apparentemente stupido come ai vecchi tempi, ma è un consiglio che costringe la coscienza a rimanere vigile. Ed è questa l’unica cosa che un ragazzino alle prime armi (su Facebook e non) deve davvero saper fare: rimanere vigile, cosciente e consapevole. Sempre. E molto prima del “Panic Button”.

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