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Morire su Facebook

Quando una persona muore, cosa succede alle sue spoglie digitali? Cosa succede ai suoi account, alla sua bacheca su Facebook e alle sue password? La Rete è matura per accettare l'idea della morte e trattarla con il giusto rispetto ed il giusto approccio?

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L’argomento della morte non è mai piacevole, non è mai facile e non è mai risolutivo. Tutto ciò è, a maggior ragione, vero se si tenta di interpretare la morte dal punto di vista della vita online. Così come la morte è per definizione lo stato che segue la vita ponendovi fine, allo stesso modo la vita digitale dovrebbe avere una sua corrispettiva morte digitale, qualcosa che ponga fine a tutto ciò che è stato e che mai più sarà. Questo, almeno, se si accetta che la vita possa essere online ed offline, il che non è cosa di senso compiuto. Lo è, però, in un’epoca il cui la rete non è ancora tanto matura da poter entrare naturalmente nella vita di tutti i giorni e, così facendo, integrarsene fino all’estrema soglia.

L’argomento nasce come un semplice punto di domanda: nel momento in cui una persona muore, cosa dovrebbe essere del suo account su Facebook? Dietro questo punto interrogativo non si nasconde una domanda che tenta di estrapolare un massimo sistema da un minimo dettaglio, ma si esprime invece una riflessione che, tentando di dare la giusta forma alla morte (digitale) cerca per logica conseguenza il vero senso della vita (digitale). Se ne parlò su Webnews per la prima volta nell’Ottobre del 2009, quando Facebook aggiunse al network la possibilità di “memorializzare” un account segnalando la morte dell’utente e gestendo così in modo particolare tanto l’account quanto la sua bacheca.

Nota: Facebook consente la memorializzazione tramite un apposito modulo da compilare. La pagina spiega: «questo modulo è da usare esclusivamente per segnalare il decesso di una persona e richiedere che il suo account venga trasformato in commemorativo o rimosso del tutto. Quando un account viene trasformato in commemorativo, determinate informazioni sensibili vengono rimosse e la privacy viene impostata in modo tale che solo gli amici accettati possano visualizzare il profilo o trovarlo nei risultati di ricerca. La bacheca continua ad essere disponibile in modo che amici e familiari possono lasciare post in memoria della persona defunta».

La vita (digitale) oltre la morte

Nei giorni scorsi ne ha tratte interessanti riflessioni Vittorio Zambardino tramite il proprio blog e poche ore più tardi (quasi una chiamata del destino) l’argomento prende forma anche sul New York Times. E se l’argomento emerge, è perchè il senso della vita digitale si fa sempre più impellente, invocando una ricerca che fino ad oggi non ha probabilmente saputo approfondire un argomento che potrebbe farsi sempre più avvertito e quotidiano.

Facebook, però, è soltanto un tassello di un quadro ben più complesso ed esteso. La morte, quella biologica, impedisce infatti all’uomo di proseguire nelle proprie attività e così facendo viene a vanificarsi totalmente quella che è la presenza sul Web. E la presenza è, in fin dei conti, l’essenza stessa della vita online. I nostri post, i nostri aggiornamenti di status, i nostri messaggi sugli instant messenger sono tutti “ping” che segnalano la nostra esistenza ad una community eterogenea che, prima o poi, perderemo. Quando il cuore si ferma, improvvisamente tutto è congelato. La realtà, nei millenni, ha elaborato complessi cerimoniali che, lungi dal servire al defunto che se ne va, sono invece estremamente utili per il vivente che rimane. Le veglie funebri, le celebrazioni religiose per l’anima e l’atto del seppellire il corpo sono tutte procedure che consentono alla comunità di dare l’addio alla persona, sancire la fine di un rapporto e piangerne il passato. Ma in quelle lacrime c’è una rielaborazione complessa che, sulla Rete, invece non c’è. I legami deboli delle “amicizie” sui social network ad oggi non hanno ancora saputo meritarsi elaborazioni particolari del lutto e per questo motivo semplicemente congelano un account considerando la cosa sufficiente per sancire una dipartita.

Il discorso è complesso e minato da un fondamentale vizio originale: la vita digitale non è parallela alla vita reale, ma ne è un sottoinsieme. La vita digitale, quindi, non necessita di una morte digitale, ma semplicemente necessita di una elaborazione che consenta anche a questa dimensione di trovare un suo cerimoniale, i suoi attori, i suoi pianti e quant’altro necessario per dar corpo all’addio.

La rete è vita. Per definizione

Semplicemente, la Rete non è oggi pensata per accettare la morte. La Rete è interazione e fibrillazione informativa, ed in quanto tale non accetta silenzio e immobilismo. Chi non scrive non esiste ed in quanto tale si nasce ad ogni messaggio e si muore ad ogni pausa. La Rete pensata per la vita, però, oggi non è ancora in grado di accettare e digerire la morte: non sa collocarla, non sa gestirla. Facebook in tal senso ha già fatto un importante passo avanti nel consentire la “memorializzazione” degli account, ma una riflessione di fondo è necessaria perchè occorre capirne molto di più. Cosa ne è dei nostri account sugli instant messenger? Cosa ne è delle nostre password e delle nostre caselle di posta? Cosa ne è del nostro blog e del dominio che abbiamo in proprietà? Cosa ne è delle newsletter a cui ci siamo iscritti, e che continueranno ad arrivare fin quando la casella di posta non sarà ricolma di spam e di messaggi privi di risposta?

Morire su Facebook significa morire per una community a cui si è deciso di affidare la propria amicizia digitale. Morire sulla Rete significa sparire da un insieme di interazioni che reggono la Rete contraddistinguendo il nostro rapporto con essa. Morire in sé, però, rimane un mistero insoluto che, pur essendo l’unica grande certezza esistente, non ci porta a null’altro che alla semplice accettazione dell’ineludibile ed alla semplice gestione delle sue conseguenze.

L’uomo fino ad oggi non ha saputo affrontare la morte se non dissimulandola, gestendo il trapasso con riti e cerimoniali conditi di lacrime e dolore. La Rete, che tutto sa e può mediare, complica ulteriormente il quadro costringendo a regole (vedi l’interessante approfondimento di Ernesto Belisario sul tema) e percorsi ulteriori che ad oggi ancora non si sono mai affrontati con la necessaria serietà (Zambardino parla a ragione di «impossibilità digitale di seppellire i morti»). Nel momento in cui la vita digitale è una parte sempre più sostanziale della vita terrena, però, l’interrogativo si pone con sempre maggior forza. E se una risposta non verrà trovata, occorrerà comunque trovare il modo di gestire il trapasso digitale con riti e cerimoniali ad hoc. Non serve ai morti ma, anche in questa dimensione, sicuramente serve ai vivi. Perchè, anche se digitale, la morte è sempre e comunque un cuore che si ferma, una amicizia che si spegne, un link che non porta più da nessuna parte.

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