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Street View: Google colpevole, ma non troppo

Secondo un'indagine dell'Information Commissioner Office britannico, i dati erroneamente intercettati da Google durante le operazioni di mappatura del territorio per il servizio Street View non costituirebbero una minaccia per la privacy degli utenti

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In concomitanza con la presentazione ufficiale di Microsoft Street Slide, si torna a parlare dell’equivalente servizio offerto da Google, Street View, ed in particolare della spinosa vicenda che ha visto l’azienda di Mountain View al centro accuse secondo le quali il gruppo avrebbe sottratto in modo illegale informazioni private agli utenti. La denuncia, avanzata inizialmente dalle autorità tedesche, fa più precisamente riferimento a una pratica di wardriving, attraverso la quale bigG avrebbe intercettato alcuni dati relativi alle reti WiFi senza protezione incontrate durante le operazioni di mappatura del territorio per il database di Street View.

All’epoca dei fatti, Google ammise immediatamente le proprie responsabilità, giustificando il suo comportamento come involontario e causato da una porzione di codice inclusa a sua insaputa all’interno del software in dotazione alle automobili impegnate nel fotografare strade ed edifici. Il mea culpa e la revisione del pacchetto non bastarono comunque a calmare le acque, tanto che negli Stati Uniti venne addirittura istituita una class action. In Francia, Spagna, Germania e Australia, così come in Italia, le indagini sono ancora in corso con lo scopo di fare chiarezza su quanto accaduto, mentre in territorio britannico la vicenda sembra essere giunta a conclusione.

L’Information Commissioner Office, dopo aver analizzato i dati incriminati in suo possesso, ha stabilito che Google non può essere ritenuta colpevole di azioni capaci di mettere a repentaglio la privacy e la sicurezza degli utenti intercettati, riservandosi comunque la possibilità di tornare sulla decisione qualora le inchieste in corso negli altri stati evidenziassero violazioni concrete.

Tutto risolto dunque? Non proprio. Oltre ai sopraccitati procedimenti legali ancora in atto, va segnalato il malumore di alcune associazioni in merito alla decisione dell’ICO. Una su tutte la Big Brother Watch, gruppo londinese fondato lo scorso anno con l’obiettivo di contrastare qualsiasi tipo di pratica intrusiva o violazione della privacy. Il direttore Alex Deane non si fa scrupoli nel definire la sentenza un vero e proprio tentativo di coprire (il termine “whitewash”, in lingua madre, rende alla perfezione l’idea) e far cadere nel dimenticatoio la discutibili attività di Google.

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