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Giornalista del Washington Post sospeso per un tweet

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Un giornalista sportivo del Washington Post, Mike Wise, è stato sospeso per un mese a causa di un tweet lanciato “per scherzo”: riferendosi alla vicenda del giocatore di football americano Ben Roethlisberger, allontanato per sei games dopo un’accusa di molestie sessuali, il giornalista ha twittato:

Roethlisberger prenderà cinque games. Così mi è stato detto

La notizia non era vera, ma con la tempestività possibile nell’epoca del new journalism alcune testate online l’hanno subito ripresa e fatta circolare. Mike Wise, in seguito, ha dichiarato di aver voluto testare l’accuratezza del reporting che si appoggia sui social network, ritenendo che nella maggior parte dei casi non si verificano le fonti e i fatti.

In un certo senso l’esperimento ha funzionato, ma l’editore del Washington Post ha ritenuto che non ci fosse granché da scherzare e perciò ha sospeso il giornalista. Questi, in una trasmissione radiofonica, ha ammesso di avere sbagliato, con un tono di pentimento: più precisamente, però, ha dichiarato che l’errore grossolano è stato quello di aver utilizzato l’account Twitter che lo identifica come giornalista.

Un articolo di Andrew Alexander sullo stesso Washington Post fa il punto sul caso, che a quanto pare ha diviso la redazione ed i lettori: c’è chi pensa che la “punizione” inflitta a Mike Wise sia eccessiva e c’è chi ne sollecita il licenziamento. Dall’articolo di Alexander apprendiamo che il Washington Post mette in guardia i suoi giornalisti: di qualunque notizia scrivano, anche su un social network, deve essere scritta come se fosse da pubblicare su un giornale, con la stessa professionalità e veridicità. Che ne pensate? Si tratta di un eccesso di puritanesimo, magari “di facciata”, o di esemplare professionalità?

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