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L’industria del porno fa leva sull’imbarazzo

L'industria del porno si coalizza per contrastare il file sharing su reti P2P. E per far ciò può far leva su un aspetto particolare: l'imbarazzo

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L’industria del porno sfida il file sharing: non solo Hollywood, ma anche gli studi cinematografici ed i produttori del mondo della pornografia si stanno unendo per promuovere azioni legali contro il peer-to-peer. Dalla sua parte il cinema per adulti può contare su un fattore fondamentale, ovvero l’imbarazzo degli utenti. E l’imbarazzo, in tribunale, potrebbe fare la differenza tra la lotta serrata ed una placida accondiscendenza ad un accordo extra-giudiziario preventivo.

Diversi studios hanno iniziato ad utilizzare sistemi di targeting delle persone che condividono i video sulle reti peer-to-peer, in modo da tracciarne i movimenti e proteggere il materiale comunemente protetto da copyright. Insomma, anche il cinema per adulti ha i suoi problemi con la pirateria informatica, così come i ben più famosi studi di Hollywood. In passato anche le tecnologie legate alla rete hanno permesso all’industria del porno di generare introiti, ma con il tempo qualcosa è cambiato: «Le persone un tempo erano disposte a pagare per il porno, ma ora sembra che la maggioranza degli utenti pensi che il porno sia gratuito. Un cambiamento enorme nel giro di pochi anni», queste le parole di Allison Vivas, presidente della Pink Visual. Lo stesso marchio Playboy vede in crisi il proprio impero in seguito a tutto quel che la Rete ha portato nell’industria e l’intero comparto, sulla scia di quanto già in auge anche in Europa, sembra ora voler alzare la sfida contro il P2P come estrema battaglia in difesa dei tempi che furono.

Recentemente 635 persone sono state denunciate e portate in un tribunale del Texas per aver condiviso materiale su BitTorrent. L’industria del porno intende portare avanti il proprio tentativo legale ed in tal senso può contare su un peculiare fattore di vantaggio: le persone spesso condividono online materiale “tabù”, e per questo motivo rendere pubbliche le proprie fantasie sessuali private potrebbe essere un rischio inaccettabile.

Ma non è tutto: gli avvocati della Lightspeed Media vogliono spingere per ottenere informazioni sull’identificazione degli utenti, dato che la denuncia del solo indirizzo IP potrebbe rivelarsi non sufficiente ai fini di una denuncia. Nulla di nuovo, insomma, ma un rilancio in salsa “hot” del percorso già calpestato per anni dalla MPAA.

«La pirateria su internet rende disponibile molto più materiale per l’utente medio di quanto non sia mai successo. La tecnologia ha superato le leggi. Abbiamo davvero bisogno di organizzarci per modificare la legge»: un ovvio riferimento al Digital Millennium Copyright Act. L’industria del porno è intenzionata a non indietreggiare, insomma, ed in un periodo di grande crisi intende difendersi puntando sugli aspetti più nascosti e pruriginosi dei download in P2P.

Photo credit: dmitrybarsky

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