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Facebook e Twitter censurano gli hacker pro-Wikileaks

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Il gioco si fa sempre più duro, e in tanti sul Web cominciano a non aver voglia di giocare. Fino a oggi i due più grandi colossi del social network, Twitter e Facebook, avevano mostrato di non cedere alle pressioni internazionali contro Wikileaks. Ma se il microblogging ha appena dato una spiegazione sui trend degli hashtag, Big F ha appena confermato di aver chiuso la pagina dell’Operazione PayBack.

Il gruppo di hacker, detto Anonymous, che sta sostenendo la causa di Wikileaks attraverso l’operazione Avenge Assange (ispirata alla celebre graphic novel “V per vendetta“) aveva aperto una pagina di sostegno su Facebook, che però è stata chiusa.

Operation Payback Facebook

Esistevano già pagine inneggianti agli attacchi, alcune rimaste online, ma quella direttamente collegabile al gruppo non c’è più. Forse perché negli ultimi giorni i social network sono diventati uno strumento col quale gli hacker si vantano delle loro azioni.

L’account @Anon è scomparso e ricomparso più volte in queste ore per denunciare questa chiusura, che si è estesa anche su Twitter.

Anon su Twitter

L’Huffington Post aveva subito segnalato queste pagine e la protesta del gruppo, e ha ricevuto una risposta da Palo Alto:

Prendiamo seriamente la nostra Dichiarazione dei diritti e delle responsabilità e reagiamo rapidamente alle segnalazioni di contenuti inadeguati o illegali. In questo caso, abbiamo rimosso una pagina perché era la promozione di un attacco DDOS. La pagina su Facebook di Wikileaks non viola le nostre politiche e rimane aperta. Non abbiamo ricevuto alcuna richiesta ufficiale per disattivarla, né alcuna notifica che gli articoli pubblicati sulla pagina contengono contenuti illegali.

La tolleranza di Big F rispetto a Wikileaks e a tutta la vicenda comunque resta e si distingue in questo momento di particolare confusione, ma non ci si poteva attendere un aperto sostegno verso gli attacchi degli hacker, com’era ovvio.

È passato qualche anno (e qualche miliardo di dollari) da quando il fondatore Mark Zuckerberg si dilettava coi server dell’Università.

Huffington Wikileaks

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