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WSJ: cara antitrust, occhio a Google (update)

Il WSJ delinea un quadro di Google destinato ad attirare l'attenzione dell'antitrust: il motore sarebbe usato per deviare il mercato

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Google potrebbe sfruttare il proprio motore di ricerca per promuovere in modo indebito i propri stessi servizi. Un teorema del genere significa benzina pura gettata su un fuoco già vivo, soprattutto quando emerge da un articolo del Wall Street Journal con tanto di nomi, esempi, argomentazioni e dettagli.

L’articolo si basa sulle accuse di un manipolo di aziende che puntano il dito contro il gruppo di Mountain View per aver spinto verso il basso i loro servizi nel ranking del motore per fare spazio ai servizi propri del gruppo: il che, letto tra le righe, significa un appello lanciato verso l’antitrust affinché si monitori l’effettiva bontà del motore nei propri comportamenti online al cospetto di algoritmi segreti dai risultati però poco limpidi.

Google ha sempre difeso le proprie posizioni spiegando di agire sempre e comunque sulla base dei desideri degli utenti, premiando le loro scelte: se il brand “Google” ispira fiducia, insomma, occorre fornire nelle SERP servizi made in Google non per soverchiare prodotti concorrenti, ma semplicemente per rispondere ad una domanda del mercato. «Abbiamo sviluppato Google non per i siti, ma per gli utenti»: teorema limpido e condivisibile, la cui applicazione potrebbe però generare qualche sconcerto quando agli effetti ad uscirne favorito è a sua volta Google. Le controparti, infatti, partono dai dati di fatto per portare avanti le loro tesi accusatorie: TripAdvisor, ad esempio, fa sapere tramite il CEO Stephen Kaufer che il traffico da Google verso il sito è caduto del 10% da quando il motore ha cambiato le proprie regole concernenti i business locali. Il cambio avrebbe insomma affossato il traffico da quella che è la principale fonte di utenti per TripAdvisor, determinando pertanto gravi conseguenze sulle attività del gruppo.

Occorre ricordare come Google sia già al centro di una complessa denuncia presso l’antitrust europea, la quale ha peraltro già colto la bontà delle accuse confermando di voler indagare sul problema. Ora il WSJ sembra però voler accendere la miccia anche negli USA e porta quindi avanti la tesi elencando anzitutto la progressiva estensione di Google negli anni snocciolando i vari piedi pestati durante questo percorso. Si parte nel 2002 con Froogle (oggi Google Product Search), con eBay e Amazon come principali oppositori; nel 2005 Google Maps ha tagliato le gambe a Mapquest e nel 2006 Google Finance si è messa di traverso sulla strada di Yahoo Finance, MSN Money e AOL Money. La lista continua con Google Health e Google Place (vs WebMD, Yelp e TripAdvisor, 2009), Google Boutiques e Google Hotpot (vs eBay e Amazon, 2010), nonché con un futuro sito per la ricerca e la pianificazione dei viaggi in competizione con gruppi quali TripAdvisor o Expedia.

Per una Corte non può che essere complesso capire quali servizi siano nati con logica di servizio e quali invece siano stati proposti per sottrarre mercato altrui. Ma l’accusa è chiara: Google avrebbe proposto in posizione privilegiata i propri servizi per fare in modo che potessero imporsi sul mercato. Così facendo, insomma, il monopolio della ricerca sarebbe traslato su altri mercati, definendo in questo passaggio una violazione delle norme antitrust. Sebbene il WSJ non parli in alcun passaggio dell’articolo di qualsivoglia azione legale contro Mountain View, l’approfondimento di Amir Efrati sembra però volerne preparare il terreno dipingendo un quadro del possibile tratteggiato da quella stessa concorrenza che con Google vive un continuo rapporto di amore/odio.

Update
Immediata è giunta la risposta di Google.

Fonte: Wall Street Journal • Notizie su: