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Egitto, il silenzio di Internet

La comunità internazionale non può tollerare l'azione censoria con cui l'Egitto ha spento del tutto Internet per soffocare la protesta

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Può una nazione spegnere Internet? A quanto pare sì: è successo. L’Egitto in queste ore sta attraversando una crisi istituzionale di grave entità, con la popolazione scesa nelle piazze a protestare contro il Governo Mubarak per chiederne le dimissioni. Una volta intuito che la comunicazioni sono il collante che tiene assieme i protestanti, ecco che le istituzioni reagiscono nel modo più violento e becero ipotizzabile: fermati gli SMS, bloccata Internet, spente le comunicazioni.

Una nazione può spegnere Internet. Succede quando il potere ha mani lunghe, troppo lunghe, fino ad essere in grado di andare oltre la civiltà nel proprio imporsi come entità al di sopra della società. Succede quando non ci sono leggi a tutelare il ruolo della Rete in qualità di mero strumento privo di anima e responsabilità, di cui garantire sempre e comunque la piena disponibilità in qualsiasi condizione. La neutralità è stata in questo caso non solo forzata, ma soverchiata completamente da una volgarità senza pari: qualcuno ha alzato il telefono, ha minacciato chi di dovere facendo presumibilmente leva su mercati, autorizzazioni ed introiti, ed ha imposto un momentaneo silenzio. I provider, aziende in questo caso strettamente dipendenti dal placet delle istituzioni alle loro attività, non hanno potuto far altro che fermare i propri server, chiudere la porta e spegnere la luce.

Ma è questo un silenzio che grida vendetta. Spegnere Internet, a questo punto, è come gettare acqua sulla benzina infiammata, ottenendo così esattamente l’effetto contrario. Il silenzio di Internet in Egitto in queste ore è infatti un’implosione, la creazione di un buco nero nelle comunicazioni che pone l’Egitto improvvisamente al centro del mondo intero. La comunità internazionale guarda sbigottita, attonita, nell’attesa speranzosa che qualcuno riaccenda la luce. Perché se così non accadrà occorrerà prendere dei provvedimenti.

La comunità internazionale non può accettare che un paese chiuda arbitrariamente i propri contatti con l’estero: i bit devono poter fluire perché sono il sangue vitale che trasporta informazioni, libertà, immagini e testimonianze. Interrompendo Internet (soprattutto se al tempo stesso si ferma il traffico SMS per i medesimi scopi) si fermano i mercati, si fermano i rapporti tra le persone, si fermano le attività istituzionali, si ferma tutto. Si ferma, soprattutto, quella serie di connessioni che la vita di ogni giorno genera all’interno del tessuto globale, isolandone un tassello in modo innaturale, forzato e pericoloso. Paradossalmente, si ferma tutto tranne che la protesta: quella è ormai divampata ed in un modo o nell’altro saprà organizzarsi comunque perché la miccia è ormai innescata.

Non può essere questa una situazione che può passare inosservata. Il mondo intero ha la responsabilità di dimostrare che Internet è oggi un principio saldo e non contrattabile. Fermare la Rete non può essere interpretato come una semplice misura di controllo dell’ordine pubblico: è un oltraggio insopportabile, è una violenza inaudita nei confronti della libertà, una questione che nessun paese moderno può tollerare. Se non si solleverà una protesta forte ed immediata da parte della comunità internazionale, la ferita dell’Egitto è destinata a sanguinare ai danni di tutti: se non si dimostrerà con la forza che Internet non può essere arbitrariamente spenta, prima o poi la situazione accadrà di nuovo scavando una profonda falla nella solidità delle democrazie di oggi.

Internet non ha colpe, Internet non ha meriti. Internet va difeso semplicemente in qualità di punto di riferimento irrinunciabile. Internet va difeso poiché, come l’aria, permette alle persone di dialogare, comunicare, confrontarsi, testimoniare, decidere, riflettere.

L’oltraggio dell’Egitto non può essere ignorato: sarebbe un pericoloso passo indietro per tutti.

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