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Apple, i minori, i giochi e una class action

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Nuova gatta da pelare per il team di legali al servizio di Apple. La società di Cupertino si trova infatti nella condizione di dover fronteggiare una class action riguardante le dinamiche che regolano l’acquisto dei contenuti extra in alcuni giochi distribuiti attraverso l’App Store.

L’azione è stata intrapresa da un procuratore di Philadelphia, Garen Meguerian, quando si è accorto che dal proprio conto bancario erano stati sottratti 200 dollari in pochi giorni, per il download di bonus in titoli come City Story, Tap Fish e Sundae Maker. Le microtransizioni erano state effettuate dai propri figli.

L’accusa è quella di permettere ai più piccoli di portare a termine pagamenti per ottenere vantaggi nei giochi inizialmente presentati come gratuiti, mediante una pratica che la parte lesa arriva a definire “bait and switch”, forma inglese che indica una frode in cui il cliente viene attirato inizialmente da un’offerta molto vantaggiosa, per scoprire soltanto in un secondo momento di dover mettere mano al portafogli per una spesa ben maggiore.

Molti giochi sono realizzati con l’obiettivo di instaurare una sorta di dipendenza negli utenti e strutturati in modo preciso per indurre all’acquisto di moneta ingame. Ad esempio, in Smurfs’ Village (I Puffi, in italiano), la costruzione delle case risulta molto più veloce se si comprano i cosiddetti Smurfberries, ovviamente a fronte del versamento di denaro reale. Ogni singola transizione può variare da 4,99 fino a 59 dollari.

Va comunque specificato che nella documentazione del procedimento legale viene tenuto conto degli sforzi profusi da Apple affinché i genitori possano tenere sotto controllo il comportamento dei propri figli. Tornando a Smurfs’ Village (e altri giochi gratuiti), ad esempio, durante l’installazione vengono mostrati diversi messaggi che avvisano della presenza di contenuti aggiuntivi in-app.

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