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I soldati che giocano alla guerra

Videogiochi e software simulativi diventano sempre più evoluti ed efficaci nell'addestramento dei soldati prima dei test sui campi di battaglia

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Quotidianamente i fatti di cronaca riportati da giornali, TV e Internet parlano di operazioni militari in atto nelle più disparate aree del pianeta. Migliaia di soldati, appositamente addestrati, sono coinvolti sui campi di battaglia. Ma come avviene la loro preparazione? Quali sono le tecniche utilizzate per far prendere loro confidenza con armi e zone di guerra? E ancora, in che modo le tecnologie moderne possono aiutare in questo processo di addestramento?

Ha provato a rispondere a queste domande il Generale Harold J. Greene, che sulle pagine del New York Times racconta in che modo negli anni le forze armate statunitensi abbiano iniziato ad adottare strumenti come le simulazioni videoludiche per facilitare la formazione dei giovani soldati. Insegnare oggi le tecniche di combattimento e di difesa a un gruppo di ragazzi destinati agli scontri bellici richiede un approccio del tutto differente rispetto a quanto avveniva in passato. Le ultime generazioni crescono a stretto contatto con computer, console da gioco, smartphone e Internet. Questo, secondo Greene, rappresenta un’occasione da sfruttare.

A metà anni ’90 alcuni Marines avevano sostituito le armi presenti nello sparatutto Doom con quelle reali e le texture dei mostri a cui sparare con altre raffiguranti nemici in carne ed ossa. Nel 1999 venne poi il turno di Full Spectrum Warrior, primo vero simulatore riconosciuto dall’Esercito Americano sviluppato da Creative Technologies. Oggi, gli FPS disponibili per PC e console casalinghe offrono una riproduzione ancora più immersiva e fedele degli scontri sul campo, come ben sanno i tanti giocatori ogni giorno impegnati con le sfide dell’ultimo Call of Duty o del più recente Crysis 2, anche se in questo caso entra in gioco una componente fantascientifica.

Ovviamente, vanno riconosciuti i limiti di questo tipo di approccio. Un videogioco, per quanto realistico possa essere, non sarà mai in grado di riprodurre la tensione di una guerra reale, lo stress fisico e mentale dei soldati, il rischio di essere colpiti da un momento all’altro. Ciò che in molti sostengono, è però l’utilità di questi strumenti nella formazione delle nuove leve, prima di far loro imbracciare un vero fucile.

L’ostacolo più grande alla diffusione di queste tecnologie in ambito militare è rappresentato dal budget a disposizione. Gli USA mettono a disposizione ogni anno dai 10 ai 20 milioni di dollari per le licenze e il perfezionamento dei prodotti disponibili, una cifra che secondo Frank C. DiGiovanni, direttore del reparto training e strategia del Dipartimento della Difesa, non è sufficiente.

Fonte: NY Times • Notizie su: