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Nelle università USA è già il dopo-Facebook

Negli Stati Uniti gli universitari sono già oltre Facebook e i social network. Con quali prospettive?

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Oggi è apparso un interessante servizio sull’inserto tecnologico de “Il Fatto”, Saturno, che parla della realtà ormai Web 3.0 delle matricole universitarie americane: tutta cloud, smartphone e tracciabilità tramite Gps e algoritmi personalizzati. I social network sembrano avere gli anni contati.

Nell’articolo intitolato “Il computer nelle nuvole” si immagina una prospettiva davvero incredibile, per certi versi inquietante: i giovani adulti non sanno neppure cosa significhi avere un computer proprio, né cosa significhi utilizzare software per produrre contenuti. Ormai avere un notebook invece di un tablet e avere un profilo Facebook invece di condividere applicazioni sull’Apple Store è da “vecchi”.

“Questa Internet parallela, o rete mobile, è il risultato di un’equazione a tre incognite: personalizzazione, mobilità e la famosa nuvola, il Cloud Computing che trattiene i tuoi dati nella rete e ti lascia in mano un terminale dal quale puoi accedere da qualsiasi parte del mondo tu sia. Questa rete non-Web centrica ha preso il posto del Web 2.0 (Facebook, Twitter e gli altri social media) nel cuore e nei sogni degli studenti, imprenditori e investitori di Silicon Valley.”

L’autore, Enrico Beltramini, fa l’esempio di ShopKick, una delle applicazioni più apprezzate del 2010, soprattutto da redazioni come il Wall Street Journal o il Financial Times, che infatti l’hanno premiata. Per quale motivo? Immaginate di passare davanti a una vetrina, senza neppure entrarci. Questo, per alcune società, ha un valore. Qualcuno lo chiama “foot walking business” (affari camminando a piedi), e fa parte di quel nuovo concetto di crowd-job tramite smartphone che è la nuova sfida per creare plusvalore attraverso il Web.

Saturno

Ma ci sono molte altre applicazioni, tutte cloud, naturalmente, che messe assieme rappresentano un business da miliardi di dollari, la cui premessa è la totale disponibilità a mettersi sulle reti mobili, in non-luoghi difficili da individuare rispetto a uno specifico server di un sito piuttosto che, ovviamente, il proprio hard disk. Il mercato ha fame di tutti i dati sulle nostre abitudini.

Tecnologie mobili sull’apprendimento, come Lab30, dell’italiano in America Alberto Cecioni, fanno il paio con servizi che ci chiedono di lavorare per loro, oppure ci pagano per visionare pubblicità. E per i ventenni sono tutte uguali.

Cosa pensate di questo scenario? Troppo avanguardistico? Probabilmente sì, anche perché le realtà emergenti dalle università si scontrano con l’uso mainstream quando queste tecnologie diventano di massa. Inoltre, neanche nei sogni di Steve Jobs esiste una società così avanzata e ricca da costruire un’architettura tanto complessa. Però, forse, un giorno.

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