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Da quel giorno a oggi

L'11 settembre non è cambiata solo la politica e l'economia. Siamo cambiati noi, la nostra cultura e di conseguenza gli strumenti con cui ci rapportiamo.

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Tutti sappiamo cosa è successo quel giorno. I nostri figli lo leggeranno sui libri di storia e vedranno quel che la sintesi saprà o potrà far trasparire: le immagini di un giorno drammatico, l’inizio di una escalation di violenza, una improvvisa sterzata che ha sconvolto ogni equilibrio antecedente. Mentre le torri cadevano il mondo cambiava. Ma ci son cose che i libri di storia non potranno ricordare, perché troppo “sottili”. Eppure è proprio quella sottilissima polvere alzatasi con la caduta delle Torri Gemelle ad aver cambiato per sempre l’orizzonte.

“Quel giorno” il mondo è cambiato, ma soprattutto “da quel giorno” il mondo è cambiato. Non è stato un cambiamento improvviso, dall’oggi al domani, ma è iniziato invece un percorso di evoluzione che è stato accelerato dalla tragedia. La paura, in primis: divenne immediatamente chiaro il fatto che la fiducia nei confronti del prossimo stava venendo meno e questo perché il nemico non era più identificabile e la guerra non era più combattuta altrove. Il nemico era in casa ed era mimetizzato nella normalità. La paura, però, genera mostri. In Italia abbiamo pagato a lungo, ad esempio, il peso di quella Legge Pisanu introdotta proprio in risposta all’11 settembre: la paura del nemico aveva portato all’idea per cui occorreva limitare l’accesso pubblico alle reti poiché solo con il controllo si sarebbe potuto fermare il terrorista. La paura scatenò il panico, l’urgenza fece il resto: l’Italia è stata per anni limitata da una normativa priva di utilità e colma di pregiudizi, il che rappresentava un ulteriore tassello nel quadro che ha portato il nostro paese ad un grave ritardo in termini di innovazione.

Da quel giorno, inoltre, l’utente medio ha preso coscienza del fatto che il suo rapporto con i media sarebbe cambiato. Le immagini provenienti dai cellulari presenti a Ground Zero e l’enorme partecipazione internazionale sui media online di tutto il mondo hanno improvvisamente accelerato l’evolversi di una nuova coscienza collettiva. Il Web si è rapidamente evoluto nella direzione di un maggior sentimento collaborativo, verso nuove modalità di partecipazione che hanno dato vita all’embrione del “Web 2.0”. All’11 settembre non si può offrire un merito ufficiale di paternità in tal senso perché la strada era già segnata, ma quelle ore sono state uno shock troppo forte per non smuovere le acque di chi commentava, caricava immagini e popolava i forum alla ricerca di aggiornamenti.

Quel giorno è cambiata l’informazione. L’immediatezza della Rete fece capire a tutti per la prima volta che la tv era sì preziosa, ma non era in grado di offrire tutte le risposte. Quel giorno ci si rese conto del potere che poteva avere una pagina Web, un instant messenger, un motore di ricerca. Quel giorno, quelle ore, hanno svegliato una necessità che già aveva una risposta: il Web aveva accolto la disperazione internazionale ed aveva offerto conforto ed informazioni. Forse è proprio quel giorno che inconsciamente è nato il bisogno di Facebook e Twitter: chissà che mole di interscambi avrebbero smosso, chissà quante condivisioni e quanti retweet avrebbero scandito le ore mentre le torri iniziavano a cedere.

Tutto ciò alla storia non passerà, forse. I bombardamenti, gli equilibri della geopolitica ed i personaggi sono normalmente temi troppo ingombranti per poter dare spazio ad altro. Ma la cultura è cambiata in parallelo a tutto il resto e, dieci anni più tardi, il mondo è un altro sotto ogni punto di vista.

Con le torri sono crollate certezze ed istituzioni, nazioni e vecchie architetture culturali. Oggi, depositatasi la polvere, è facile guardare a ritroso per vedere chi eravamo, chi siamo e come siamo cambiati. Ed è oltremodo chiaro il fatto che il nostro essere di oggi è figlio di quel che abbiamo vissuto allora.

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