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Google Buzz, game over

Google abbandona il progetto Buzz, lanciato nel febbraio 2010 e mai realmente capace di attirare l'utenza

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Poco più di un anno e mezzo. Tanto è durato il progetto Google Buzz, lanciato nel febbraio 2010 dal colosso di Mountain View con l’intento di dire la propria nell’ambito dei social network. Una piattaforma dalle grandi potenzialità, soprattutto considerando la sua profonda integrazione con Gmail, ma che non ha saputo raggiungere gli obiettivi sperati e si appresta dunque ora ad abbandonare le scene, permettendo così a bigG di concentrarsi esclusivamente su Google+.

Ad annunciarlo è la stessa società californiana, con un post comparso sul blog ufficiale. Buzz e le API associate al servizio smetteranno di funzionare nelle prossime settimane, consentendo comunque agli utenti di effettuare il download delle informazioni e dei contenuti associati al proprio account attraverso Google Takeout. Capolinea anche per altri progetti dell’azienda: il 15 gennaio 2012 andranno offline anche Code Search, Jaiku, le funzionalità social legate a iGoogle e le API dedicate all’University Research Program per Google Search.

Il nostro intento è quello di dar vita a prodotti validi, in grado di cambiare la vita delle persone, con servizi da utilizzare più volte al giorno. Per raggiungere questo obiettivo è necessario non perdere mai di vista la qualità di quanto proposto, essendo consapevoli di ciò che funziona e ciò che invece non va per il verso giusto. È questo il motivo per cui di recente Google ha deciso di abbandonare alcuni prodotti e integrarne altri in servizi già attivi.

Con queste parole, dunque, il motore di ricerca ammette il proprio fallimento su alcuni fronti, non rinnegando però la propria voglia di sperimentare e acquisire così l’esperienza necessaria per proporre altre piattaforme, realizzate in modo da soddisfare al meglio le esigenze degli utenti. L’obiettivo sarà dunque ora quello di potenziare l’offerta di funzionalità legate a Google+, in modo da non commettere nuovamente lo stesso errore e provare ad insidiare l’attuale strapotere nelle mani di Facebook.

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