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Agenda Digitale: l’Europa ci tira le orecchie

La Commissione Europea richiama l'Italia e altri 15 stati membri: chi non recepirà subito le direttive previste dall'Agenda Digitale incorrerà in sanzioni.

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Se Mario Monti ha fatto un cenno all’Agenda Digitale nel proprio speech di apertura in Parlamento, il motivo è probabilmente dettato dall’urgenza con cui l’Italia deve rispondere alle imposizioni provenienti dall’UE. E se l’urgenza non fosse ancora chiara a tutti, la Commissione Europea ha voluto ricordare al nostro paese, assieme ad altri 15 stati membri, che i tempi sono scaduti e che occorre affrettarsi prima che sia troppo tardi.

«La Commissione europea ha inviato una comunicazione scritta a 16 Stati membri che, sei mesi dopo il termine previsto, non hanno ancora pienamente recepito nel diritto interno la nuova normativa unionale in materia di telecomunicazioni»: Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Repubblica ceca, Romania, Slovenia, Spagna, Ungheria e, come anticipato, l’Italia sono i destinatari della missiva proveniente da Bruxelles.

Un’attuazione parziale di tale normativa nei 16 Stati membri limita di fatto i diritti dei consumatori. Le norme in parola garantiscono ai consumatori dell’Unione europea nuovi diritti in materia di telefonia fissa, servizi mobili e accesso a internet.

La Commissione ha pertanto inviato il proprio “parere motivato” come diffida ultima, ricordando come ulteriori ritardi potrebbero costringere l’UE alle previste sanzioni pecuniarie. In passato, infatti, un primo monito aveva già portato alla regolarizzazione delle posizioni di Lettonia, Lituania, Lussemburgo e Repubblica Slovacca; il monito attuale ci vede ancora in difetto e costringerà ora il Governo Monti ad una ulteriore corsa contro il tempo per fare in modo che tanto la direttiva “legiferare meglio” quanto quella sui diritti dei cittadini possano essere pienamente recepite nella legislazione italiana.

Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Malta, Svezia e Regno Unito sono stati gli unici paesi a rispondere appieno alle direttive entro il tempo massimo dello scorso 25 maggio. L’Italia, alle prese con un ritardo cronico aggravatosi a seguito della recente impasse governativa, è nel gruppo dei rimandati. L’UE ci ha però presi per la giacchetta ricordando che le direttive non ammettono ritardi. E che ogni ritardo ulteriore avrà un prezzo (ossia l’ultima cosa che serve in questa precisa fase storica dell’economia del nostro paese).

Fonte: Commissione Europea • Notizie su: