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La RIAA smentisce: mai scaricato da BitTorrent

La RIAA si difende dopo le accuse per il presunto download di torrent dai suoi dipendenti. Bufala o utilizzo improprio della Rete da terze parti?

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Non si è fatta attendere la risposta della RIAA, l’ente statunitense che lotta per la difesa del copyright, in seguito alla scoperta di indirizzi IP unici ad essa correlati sul sito YouHaveDownloaded.com, il portale che fornisce una lista di ogni singolo file scaricato dagli IP presenti in archivio.

Jonathan Lamy, portavoce dell’ente, ha spiegato che la RIAA ha controllato il blocco di indirizzi IP usato dai dipendenti per accedere ai compagnia, e nessuno di questi corrispondeva a quelli per il quale è stato effettuato un presunto utilizzo di BitTorrent.

Lamy ha aggiunto che è probabile che questi indirizzi siano stati utilizzati da un produttore di terze parti sottolineando che mai il personale di RIAA si azzarderebbe a scaricare file dai canali illegali. Una risposta non molto chiara per certi versi, che è stata poi elaborata meglio dalla stessa azienda, attraverso una e-mail di risposta a domanda precisa della redazione di Webpronews.

Non abbiamo detto che i registri ufficiali di indirizzi IP assegnati alla RIAA si sbagliano, ma resta da capire come e se questi siano stati catturati. La metodologia utilizzata dalla RIAA per identificare gli indirizzi IP non è un segreto ed è stata convalidata da esperti informatici, e non è mai stata sfidata con successo in tribunale.

Per quanto concerne la storia dei torrent, assumendo che gli indirizzi IP siano effettivamente identificati e assegnati alla RIAA, affermare che il nostro personale scarica da BitTorrent è errato. La RIAA ha due serie di indirizzi IP distinti e separati gestiti da altrettanti diversi ISP e utilizzate quindi per scopi differenti. Un set viene utilizzato dal nostro staff per accedere a internet e l’altro insieme viene invece concesso ai produttori di terze parti che lavorano per il sito web,  al quale non può accedere neanche il nostro personale».

Il messaggio prosegue quindi affermando la possibilità che gli indirizzi IP incriminati siano proprio correlati al blocco concesso alle terze parti e di conseguenza non utilizzabile dal personale della RIAA. Peraltro, l’ente nutre seri dubbi sulla veridicità dei dati considerato che il sito dal quale è partito lo “scandalo” contiene a fondo pagina un disclaimer che invita a prendere non troppo seriamente quanto pubblicato. Resta da capire se la RIAA effettuerà in ogni caso controlli approfonditi sulla vicenda o se le accuse (fini a se stesse) rimarranno in sospeso e dimenticate nel tempo.

 

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