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Imbarazzo Google: link a pagamento? (update 3)

Google potrebbe aver violato le proprie stesse policy con una campagna promozionale per Google Chrome utilizzante link a pagamento.

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Se Google cadesse vittima delle proprie stesse regole sarebbe un precedente importante che esperti di marketing di tutto il mondo andrebbero a rinfacciare al gruppo alla prima occasione. Perché l’evidenza parla chiaro: sarebbero centinaia i siti indicizzati sul motore riportanti la dicitura “sponsored by Google Chrome“. Nella fattispecie trattasi di pagine contenenti un articolo promozionale contenente un link alla pagina per il download di Google Chrome. Il che, per il gruppo di Mountain View, potrebbe trattarsi di una clamorosa autorete.

Come noto, infatti, le policy del motore di ricerca prevedono limiti specifici a questo tipo di annunci. Come notato da Danny Sullivan su Search Engine Land, ove la vicenda è stata portata in rilievo, Google si troverebbe coinvolto in un caso che le regole stesse di Google mettono in fuorigioco: gli articoli contengono un link a Chrome privo di “nofollow”, il che si configura come un link a pagamento ed oltretutto con l’aggravante di un link ulteriore nascosto dietro Javascript (in un video) a farcire definitivamente il corollario delle accuse.

Stando alle regole sui “Paid Links”, Google dovrebbe ora penalizzare Google Chrome sul motore di ricerca (poiché committente della campagna), penalizzare i vari siti affiliati (dunque colpendo i propri stessi partner) e dimostrare così che le regole valgono per tutti. Ma Sullivan aggiunge benzina ulteriore alla scintilla scatenata.

Secondo quanto riportato, infatti, tali recensioni vanno a posizionarsi ai vertici dei risultati su Google relativi alle query di potenziali utenti in cerca dei benefici di Chrome per le aziende rispetto ad altri browser. Così facendo, insomma, pagine contenenti materiale duplicato (parte degli articoli sponsorizzati è relativo al pay-off della campagna commissionata) risultano ai vertici del ranking, inquinando così la bontà dei risultati con materiale duplicato (deprecato da Panda), materiale di scarso valore (spesso non strettamente inerente i reali vantaggi del browser) e link sponsorizzati (deprecati dalle linee guida del gruppo).

La vicenda non è destinata a chiudersi semplicemente con una condanna o con una sentenza: i “ma” ed i “però” si sprecheranno nelle prossime ore ed al momento Google non ha ancora fornito una posizione ufficiale sulla questione. Sentire l’altra campana è a questo punto necessario, poiché l’accusa di Danny Sullivan è oltremodo argomentata e sta ora alla difesa spiegare cosa sia successo, chi sia coinvolto e quali siano i distinguo necessari di fronte a campagne di questo tipo.

Update 1
Google ha preso posizione spiegando di non aver mai autorizzato una campagna in questa forma. Le indagini sono pertanto in corso per capire come e perché la cosa sia evoluta secondo queste direttrici, ma il gruppo si dissocia e riconferma così il proprio credo nelle policy fin qui adottate:

Google non ha mai preso accordi per nulla di diverso da pubblicità online vera e propria. Abbiamo sempre evitato le sponsorizzazioni, ivi inclusa la pratica di pagare dei blogger per promuovere i nostri prodotti, perché si tratta di promozioni non trasparenti e che non fanno gli interessi dell’utente. Stiamo valutando i cambiamenti che sarà necessario apportare per assicurarci che non succeda mai più

Al momento non vi sono pertanto attribuzioni di responsabilità, ma una cosa è certa: Google non ha cercato le sponsorizzazioni evidenziate da Danny Sullivan e si è trovata invece a fare i conti con una dinamica deviata da un qualche elemento distorsivo sulla cui natura e provenienza non v’è al momento alcuna conferma.

Update 2
La Unruly, compagnia che avrebbe curato la campagna su commissione di Google, ha spiegato che i problemi insorti sono libera iniziativa dei blogger coinvolti, e che in realtà non è mai stato dato mandato di utilizzare link, né alcuno sia stato pagato per questo. Anzi, vi sarebbero state precise istruzioni affinché eventuali link fossero forniti di attributo “nofollow”.

Update 3
Google esce dalla vicenda con la più limpida delle soluzioni: nonostante le responsabilità siano state identificate altrove, il gruppo ha comunque penalizzato la pagina ufficiale di Chrome sul proprio motore di ricerca per una durata di 60 giorni.

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