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Olimpiadi, biglietti falsi venduti su Adwords

La BBC ha scoperto che Adwords è stato usato per vendere biglietti fasulli per le Olimpiadi di Londra: Google ammette e pone rimedio.

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A 199 giorni dalle Olimpiadi brutto guaio per Google dalle parti del Tamigi: la BBC ha scoperto annunci sul motore di ricerca che pubblicizzano prodotti illegali, tra i quali anche falsi biglietti per gli eventi sportivi.

L’accusa di ricavare indebiti profitti con biglietti falsi non è certo una bella pubblicità per Big G ed il suo sistema pubblicitario, nonostante sia chiaro e noto a tutti il meccanismo che rende il motore perlopiù estraneo alle attività di chi acquista annunci sul sistema. Il motore di ricerca utilizza i suoi algoritmi per posizionare gli annunci in base alle query e dietro questo automatismo si nasconde la potenziale fregatura, perché l’intervento umano – in ogni caso previsto – arriva solo in un secondo tempo. Questo perché AdWords filtra le parole chiave in modo da intuire per quanto possibile se ci sono prodotti illegali, ma evidentemente in questo caso non è stato sufficiente.

La trasmissione 5 Live Investigates, grazie alla segnalazione di alcuni cittadini intervenuti per raccontare la loro vicenda, ha scovato biglietti non ufficiali per le Olimpiadi, prodotti alla cannabis e persino venditori di falsi passaporti, tutti rimossi dopo la segnalazione del broadcast britannico. La polizia ha anche ottenuto la rimozione di alcuni alcuni link a siti di ticket online che operano al di fuori delle regole. La vendita dei biglietti sul mercato aperto senza l’autorizzazione da parte delle autorità olimpiche è un reato penale nel Regno Unito dal 2006 grazie ad un provvedimento speciale.

La facilità con la quale alcuni cittadini sono caduti in questa trappola è clamorosa: a Solihull alcune sorelle intenzionate a regalare una giornata di sport a loro padre, avevano scritto “biglietti olimpici” trovando un annuncio sponsorizzato in alto nella pagina verso la LiveOlympicTickets. Acquistati i biglietti per un costo di 750 sterline, hanno cominciato a ricevere strane mail, nelle quali si tergiversava e si chiedevano fax e firme autenticate. Quando hanno scritto una mail a Google si sono sentite rispondere che «AdWords offre una piattaforma per le aziende per pubblicizzare i loro servizi, non siamo responsabili, né siamo in grado di monitorare di ogni società».

La verità è che questa società opera illegalmente, secondo la polizia inglese, ma non è ancora stata perseguita perché è registrata all’estero (la multa prevista è stata alzata dalle cinquemila sterline iniziali a ventimila sterline).

Nonostante fosse nella black list della polizia, Google ha peraltro mantenuto l’annuncio per una settimana ancora dopo la denuncia, fino a quando è intervenuta, rispondendo quindi con una nota breve all’inchiesta della BBC che è risultata determinante:

«Quando siamo informati di pubblicità che vanno contro le nostre regole, indaghiamo e rimuoviamo in modo appropriato. Il nostro obiettivo è creare un modo semplice ed efficace per le aziende di promuovere e vendere i loro beni e servizi, proteggendo loro e i consumatori da attività illecite.»

Ma la polemica resta, anche per la vecchia questione del ruolo dell’annuncio sponsorizzato e del rialzo del costo-per-click rispetto alla oggettività del risultato: più pago e più sono in vista? E quanto questo è compatibile con l’autorevolezza dei risultati? Non bisogna dimenticare, infatti, che sui link sponsorizzati lo scorso agosto Google ha già perso 500 milioni di dollari dopo una causa legata a prodotti illegali venduti dalle farmacie canadesi agli americani.

Secondo gli esperti interpellati dalla BBC – che non lesina critiche in queste ore, sapendo di aver colto in fallo un gigante – il sistema è troppo lassista. Così racconta Reg Walker, tecnico di sicurezza informatica, ai giornalisti:

«Abbiamo effettuato un esperimento circa sei mesi fa, cercando di battere un sito truffa di biglietti espellendolo dalla parte superiore dei risultati di Google AdWords: siamo andati fino a 28 sterline per click e ancora non riuscivamo a passare nella parte superiore.»

La storia di queste donne, che non hanno ottenuto un rimborso ma per ora hanno bloccato il loro conto in banca per evitare il pagamento, suggerisce alcune regole a cui attenersi: controllare sempre la storia del venditore, inserendo le caratteristiche nel motore di ricerca generale; se non si trova la partita iva, oppure l’indirizzo, o magari l’indirizzo rinvia a caselle di posta ma non a uffici, meglio lasciar perdere.

Fonte: BBC News • Notizie su: