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Camera, bocciata la FAVA: Facebook e Twitter salvi

La Camera ha respinto la norma leghista che avrebbe messo a rischio il Web. Era una SOPA all'italiana.

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Secondo molti commentatori era una SOPA all’italiana. La norma dell’on. Gianni Fava (Lega nord) bocciata alla Camera rappresentava un tentativo di responsabilizzare i provider sui contenuti potenzialmente illeciti, la stessa logica che ha portato alle grandi proteste della Rete delle settimane scorse.

La notizia della sua bocciatura (365 voti favorevoli, 57 voti contrari e 14 astensioni) da parte del Parlamento è dunque una buona notizia anche per i social network, anche loro coinvolti in quello che in caso contrario sarebbe stato un duro colpo alla vita di Facebook e Twitter nel Belpaese. Con buona pace dell’indotto economico che rappresentano.

Gli emendamenti soppressivi votati all’unisono da Pdl, Pd, Idv, Udc, Api e Fli hanno spento la norma e anche le forti polemiche di questo periodo, con la blogosfera che già parlava di un’altra legge bavaglio. Tutti si dicono soddisfatti di aver impedito l’ennesimo tentativo di mettere la museruola al Web. L’estensore di questa norma, presidente della Commissione parlamentare sulla contraffazione e pirateria, è ovviamente di tutt’altro parere, ma ha preferito pubblicare sul suo sito un lancio di agenzia dove a parlare è il presidente degli editori, Marco Polillo, che ribadisce un concetto già espresso altrove dallo stesso onorevole, cioè che bisogna modificare il nostro concetto di service provider:

“La Direttiva europea dice che un sito o un Service Provider non è responsabile per i contenuti che altri mettono in rete per il suo tramite, quando ciò avviene a sua insaputa. La legge italiana ha stabilito che questa insaputa vale fino a che un giudice non dice al titolare del sito o al Service Provider che il contenuto è illegale. L’emendamento di Fava proponeva semplicemente di tornare a una reale insaputa. In altre parole: se uno pubblica consapevolmente un contenuto di altri, ne risponde. Dove sta l’assurdo? E dove sta la censura?”

Glielo diciamo noi: nel fatto che avrebbe imposto ai provider la cancellazione dei contenuti su semplice richiesta di una delle parti interessate invece di una parte terza. Non è una questione di lana caprina.

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