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Kim Dotcom: la notte dell’arresto

Wayne Tempero, capo della sicurezza di casa Dotcom, spiega i momenti dell'arresto: l'FBI pensava che le tate filippine nascondessero bombe.

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L’arresto di Kim Dotcom e la conseguente chiusura di Megaupload sono ormai fatti ben noti, così come le ragioni che hanno portato all’intervento da parte dell’FBI. Fino a oggi, tuttavia, non erano emerse indiscrezioni sulle modalità d’arresto: una questione a cui ha provveduto l’emittente neozelandese 3News che, nell’intento di intervistare l’addetto alla sicurezza della magione di Dotcom, ha avuto accesso a tutte le stanze (disponibili le immagini).

Si apprende, così, come le operazioni di arresto di Kim Dotcom abbiano seguito un canovaccio da film poliziesco, una spy story che lascia sgomenti per quanto efferata. L’FBI, infatti, pare si sia comportata come se si trovasse di fronte a un criminale di ben altra fattura, con un’irruzione violenta forse sovrastimata rispetto ai reati di cui l’entourage di Megaupload si è reso colpevole. Non vi è certo la volontà di difendere Dotcom dalle accuse lecite di cui è imputato, qualche dubbio sull’azione risulta tuttavia più che lecito: la violazione del copyright giustifica scene da “Apocalipse Now”?

Il tutto ha avuto inizio all’alba del 20 gennaio, poco dopo le 6 del mattino, quando il capo della sicurezza Wayne Tempero è stato svegliato dal rumore degli elicotteri e degli agenti in tenuta antisommossa. Nemmeno il tempo di vestirsi e la residenza è stata invasa da un piccolo esercito di poliziotti, armati con pistole automatiche M4A3, cani antidroga, mazze, motoseghe circolari, lacrimogeni e molto altro ancora.

Effettuata l’irruzione, gli agenti hanno iniziato a cercare Dotcom per tutta casa, sfondando anche l’entrata della zona bambini, dove riposavano tre infanti – di 3 anni, 4 anni e 15 mesi – accompagnati da alcune tate filippine. L’FBI avrebbe addirittura chiesto minacciosamente alle donne se fossero in possesso di armi da fuoco o di bombe, un fatto del tutto singolare che, con il senno di poi, Tempero commenta ironicamente con un «Non so, forse è quello che solitamente le tate fanno nelle Filippine…».

A questo punto, il gruppo di poliziotti decide di salire al secondo piano dell’abitazione, dove era dislocato l’headquarter lavorativo di Dotcom. Determinati a sfondare ogni porta, Tempero si è offerto di fornire i codici di sicurezza e le chiavi per lo sblocco delle entrate, ma l’FBI l’ha intimato di ritirarsi al pian terreno e di non intervenire nelle operazioni. Pensando che Dotcom si fosse nascosto su un montacarichi per la biancheria – un’ipotesi decisamente remota visto la corporatura non certamente esile del capo di Megaupload – l’FBI ha cercato di sfondare invano il pannello d’accesso al montacarichi stesso. Dotcom, in realtà, si era rifugiato in una stanza immediatamente adiacente, un finto armadio a muro con fondo apribile che dà accesso a un attico segreto. Trovato l’ingresso, l’FBI ha quindi arrestato l’uomo, che non ha opposto alcuna resistenza. Non vi sarebbe nemmeno stato il tentativo di nascondere o eliminare documenti importanti, file compromettenti o quant’altro: qualora avesse voluto, così come sottolinea il capo della sicurezza, Dotcom avrebbe potuto provvedere in pochissimi secondi.

Dettagli coloriti a parte, dalle immagini diffuse dalla TV neozelandese si evince come Dotcom e i suoi collaboratori vivessero nel lusso più sfrenato. La magione, dalle foto spoglia dopo il sequestro di gran parte dei beni in essa contenuti, presenta un numero infinito di stanze abbellite da costosissimi elementi di design, lampadari in oro e qualsiasi forma di comfort, compresi pulsanti per la chiusura blindata istantanea di ogni porta. Una residenza che si è soliti vedere dalle parti di Hollywood, con qualche dettaglio kitch come un’enorme volto manga in pieno salotto.

Di certo, Megaupload è stato per Dotcom una piccola miniera d’oro, peccato però che tutti i conti – compresi quelli delle povere babysitter filippine – siano stati congelati dalle autorità. E che l’estradizione stia per arrivare assieme ai titoli di coda.

 

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