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MPAA come la SIAE: è sfida all’embed

La MPAA è intervenuta in un processo negli USA affermando che anche il solo caricare codice embed di un video in un sito può rappresentare un illecito.

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Era ottobre del 2011, quando una decisione della SIAE aveva acceso la discussione in merito alla condivisione online dei video tramite il codice embed. A distanza di alcuni mesi anche la MPAA, ovvero l’organizzazione americana dei produttori cinematografici, è intervenuta per dire la propria in merito ad una questione similare.

Dopo la chiusura di Megaupload, infatti la MPAA vuole convincere il mondo giuridico che non basta ospitare un file per violare la legge, ma anche la sua incorporazione in un sito esterno ai server d’origine rappresenta una violazione del diritto d’autore.

Tutto risale al 2010, quando lo studio cinematografico Flava Works, specializzato in produzioni pornografiche, ha presentato una denuncia contro il sito di video hosting myVidster; una denuncia che ha portato ad una sentenza a favore dello studio Flava e confermato un provvedimento nei confronti di myVidster. Ed è proprio ora, con il processo che è passato in appello, che si inserisce la MPAA, secondo la quale chi incorpora il codice embed di video caricati illegalmente attira traffico verso il sito che ospita il video e genera introiti pubblicitari. Condividendone pertanto le responsabilità.

Come sostenuto da Arstechnica, se il giudice accogliesse questo suggerimento, la decisione avrebbe delle conseguenze di vasta portata. Numerosi siti web sarebbero, quindi, responsabili per il contenuto dei caricamenti di codice embed, proprio come se avessero ospitato quei video sui propri server. E gli utenti sarebbero ostacolati nelle loro attività di condivisione: l’intero utilizzo del web diventerebbe più complicato poiché ogni utente dovrebbe verificare le regolarità del contenuto distribuito prima di ospitarlo sulle proprie pagine. Il che rappresenta giocoforza un onere impossibile, tale da uccidere definitivamente il concetto di embed.

Fonte: BetaBeat • Via: Gizmodo • Notizie su: