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iAd: perché non conquista i pubblicitari?

iAd non riesce a conquistare i pubblicitari: prezzi troppo elevati, difficoltà a raggiungere il target, creatività limitata dalle solite imposizioni Apple.

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È stato lanciato in pompa magna, ma non ha colto i successi sperati. iAd, la piattaforma di advertising per dispositivi iOS, non raccoglie i consensi che Apple avrebbe sperato, con anche alcuni casi illustri di fuga a gambe levate. Che cosa frena la pubblicità di casa a Cupertino?

A rispondere a questa domanda ci prova un articolo di Forbes che, senza troppe illusioni, colpisce in pieno i punti di debolezza di un servizio che, per quanto curato, non è certamente alla portata di tutti. Il tutto parte dalla recente modifica al ribasso del prezzo base per una campagna, fissato ai 100.000 dollari. Si tratta di un calo ingente, considerato come al lancio il costo d’entrata era addirittura di un milione di dollari, per poi colare a picco a 400.000 dollari.

Il primo punto di debolezza appare già evidente: iAd continua a essere troppo caro per molti advertiser. Nonostante nomi blasonati come Nissan e Cambell’s Soup possano di certo investire milioni di dollari in creatività, Apple si lascia sfuggire la possibilità di ammaliare i performance advertiser, ovvero coloro che desiderano promuovere un prodotto per un tempo limitato a prezzi concorrenziali. Il mercato non vuole spendere più di 2 dollari a singolo spot visualizzato, iAd ne costa quasi 30.

Il secondo limite è la poca prevedibilità. Agli inizi Apple è stata accusata di lasciare poco spazio ai proprio clienti, con una creatività totalmente made in Cupertino. Tolti alcuni paletti, e permesso ai pubblicitari di riappropriarsi dei propri medium, è l’analisi in real time a lasciare desiderare. Non vi sono molti spazi per modifiche in itinere o cambiamenti repentini di una campagna iAd: le società devono scommettere e correre il rischio di aver effettuato la scelta giusta, appurando solo a fine sponsorizzazione i risultati di quanto investito. Le aziende, invece, vorrebbero avere una maggiore libertà nell’aggiustare i propri spot, nel cambiare improvvisamente target, nell’aumentare o ridurre l’intensità della distribuzione pubblicitaria a seconda dei cambiamenti repentini del mercato.

La terza problematica riguarda il target. iAd si riferisce ovviamente agli utenti di iOS, quindi di iPhone, iPad e iPod Touch che, per quanto numerosi, non costituiscono l’intero bacino degli utilizzatori di dispositivi mobile. Gli advertiser, allora, preferiscono servizi come quello di Google – compatibili sia con iOS che Android – perché capaci di raggiungere più persone contemporaneamente. E gli effetti si vedono: i tassi di conversione da spot a utente conquistato sono tutti a favore del robottino verde. Infine, gli iAd hanno poco appeal sull’utenza: sarà colpa dell’esperienza “magica” di iOS, del mondo variegato delle app, della voglia di non essere scocciati da interventi esterni durante l’utilizzo del proprio software preferito, ma pare proprio che i consumatori aprano e chiudano gli iAd con una velocità disarmante. Ci si chiede, allora, se non siano meglio i classici banner che, per quanto invadenti, non distolgono l’utente dalle proprie attività pur fissandosi nella memoria.

Chi fosse interessato all’analisi di dati approfondita o ad altri dettagli più tecnici, può lanciarsi nell’avventura di iAd dalle pagine di Forbes.

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