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Facebook? Un ambiente sessista

Una ex dipendente di Facebook denuncia l'ambiente sessista dei primi anni dell'azienda.

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Katherine Losse si era brillantemente laureata quando nel 2005 arrivò a Palo Alto come dipendente numero 51 di una società ancora piccola, ma destinata a cambiare il mondo: Facebook. Sette anni dopo, ha scritto un libro su quei primi anni fianco a fianco con Mark Zuckeberg, e il ritratto è imbarazzante: Facebook è un ambiente sessista.

Graffiti in stile manga nei bagni, serate nei nightclub, battute a sfondo sessuale, vero e proprio culto della personalità del capo promosso dagli amici di Harvard (tutti maschi under 25): nel libro “The Boy Kings: A Journey into the Heart of the Social Network”, la donna racconta i primi anni, complicati, di una donna che arrivò ben presto, grazie alle sue capacità, a diventare ghost writer di Zuckerberg, ma non hai mai accettato di chiudere un occhio su alcune debolezze che lei stessa definisce da “film commedia collegiale di cattivo gusto, un incrocio tra una confraternita e Mad Men”.

Alcuni estratti del libro, appena uscito e già boom di vendite online, sono finiti sui siti di informazione più letti: Daily Mail, Huffington Post, ne stanno dando ampio risalto trasformandolo in un clamoroso caso letterario ma soprattutto giornalistico. In questi racconti, l’autrice non è tenera con Zuck e soci:

“Il giorno del compleanno di Mark, nel maggio 2006, ho ricevuto un’email dal suo assistente che mi diceva avrei dovuto, insieme a tutte le altre donne in ufficio, indossare una T-shirt con l’immagine del capo. Gli uomini, d’altra parte, avrebbero indossato sandali Adidas tutto il giorno. La codifica di genere era chiara: le donne dichiaravano fedeltà al boss e gli uomini sarebbero diventati Mark.”

Nel libro ce n’è anche per Sheryl Sandberg, appena entrata nel CdA di Facebook, ma già da anni unica donna nel board di Big F. Il suo arrivo aveva convinto la dipendente che la questione del sessismo avrebbe finalmente trovato una sponda. Ed è stato così, anche se sempre in forma molto diplomatica (nonostante nel libro riveli che la società ha speso molti soldi in quegli anni per ovviare a possibili denunce di molestie):

“Sheryl Sandberg ha effettivamente fatto molto per trasformare quella azienda. Quando denunciai alcuni comportamenti, lei mi fece capire che alcuni degli ingegneri più aggressivi erano stati spostati in altri team.”

L’autrice ha lasciato Facebook due anni fa, e non ha problemi a definire l’azienda come una delle più innovative del mondo. Nel libro si apprezza quindi l’evoluzione della compagnia, da un luogo dove si faceva skate con le scrivanie, c’erano Lego sparsi dappertutto e i locali degli ingegneri erano oscurati perché si vedessero soltanto i monitor mentre venivano sparati a palla i Daft Punk, al posto di oggi, particolarmente attento alle esigenze dei dipendenti. Incredibile, pensando al modello col quale era partito:

“L’intera architettura delle risorse umane è stata costruita sul modello reazionario di un ufficio dal 1950 in cui uomini con qualità idealmente mascoline (preparazione tecnica, capacità di rottura, velocità) erano visti come brillanti e visionari, mentre tutti gli altri (in particolare i dipendenti non tecnici del team di assistenza clienti che erano per lo più di sesso femminile e qualche volta, a differenza del team di ingegneri bianca e asiatica, erano di colore) sono stati assunti per essere noiosi, incapaci di pensiero rapido.”

Ma le critiche più sibilline sono proprio per il capo: un piccolo Napoleone, intento a promuovere un culto, bramoso di obbedienza e poco empatico. Nulla che, in fondo, non si fosse già capito della bizzarra personalità di un genio come Zuckerberg, ma che certamente non farà bene alla dimensione pubblica di Facebook ora che è quotato in Borsa.

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