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Mandato di arresto per l’uomo di Google in Brasile

La giustizia brasiliana vuole arrestare il capo di Google per la mancata rimozione di un video diffamatorio nei confronti di un candidato sindaco.

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Una brutta vicenda di politica, diffamazione e libertà di espressione, potrebbe portare in galera Fabio Josè Silva Coelho, il responsabile di Google in Brasile. Una vicenda unica nel suo genere: fino ad oggi si erano sprecate le scintille tra Big G e alcune legislazioni nazionali in merito ad alcuni servizi del colosso di Mountain View, ma stavolta c’è un tribunale che farà scattare le manette e non solo una multa.

L’incidente che ha portato il giudice Judge Flavio Peren a ritenere l’uomo di Google in Brasile responsabile di disobbedienza è legato a due video su YouTube – peraltro già spariti per la chiusura dell’account – nei quali si sosteneva che un candidato sindaco a Campo Grande, Alcides Bernal (le elezioni si terranno il 7 ottobre) aveva costretto la fidanzata ad abortire. Nonostante i ripetuti richiami alla rimozione dei video, Google si è sempre difesa come nel resto del mondo, con lo stesso argomento principale: la piattaforma non è responsabile dei contenuti, si limita a concedere spazio e chi li posta se ne assume la responsabilità.

La classica questione del “prendersela col muro invece che col manifesto” di un servizio che funge da “mero intermediario” non ha affatto convinto la giustizia brasiliana. Paese dove non sono mancati, anche in passato, episodi di pressione della legislazione e della politica per la rimozione di contenuti o per l’identificazione degli autori. Com’è noto, a questo delicato tema Google dedica ogni anno il suo Transparency Report, nel cui capitolo dedicato al Brasile occorrerà però ora inserire un nuovo importante aggiornamento.

Il giudice ha scelto una linea pesante, ha persino ordinato l’oscuramento di 24 ore di YouTube, e sembra di essere finiti nella medesima situazione del video anti-islamico che alcuni paesi arabi vorrebbero eliminare da YouTube per evitare incidenti di massa, superando tuttavia un “38° parallelo” della policy di Google dal quale forse non si potrebbe più tornare indietro.

Un sito locale ha svelato il fatto che Google abbia ritenuto che i video non contenessero una propaganda elettorale negativa, o elementi razzistici o illegali, mentre i consulenti del tribunale l’hanno pensata al contrario. Da qui la clamorosa condanna, che Google non si aspettava. Forse perché non ha preso nella dovuta considerazione il fatto che in Brasile vige una legge elettorale che comporta diverse restrizioni su ciò che possono dire gli oppositori e limita persino le critiche in televisione o alla radio dei candidati. Ad esempio (un po’ come in Italia) sono vietate le imitazioni dei politici durante la campagna elettorale. Il ruolo di Internet in questi casi, fino ad ora, non era stato giuridicamente esplorato. E a farne le spese potrebbe essere il numero uno di Google nel paese carioca.

Fonte: Washington Post • Via: Midiamax • Notizie su: