QR code per la pagina originale

Zuckerberg lancia Forward e si butta in politica

Con un editoriale da vero influencer, il fondatore di Facebook spiega il progetto Fwd.us: qualcuno parla già di discesa nel campo della politica.

,

Con un lungo editoriale sul Washington Post, intitolato Immigrazione ed economia della conoscenza, Mark Zuckerberg si è forse lasciato definitivamente alle spalle l’immagine di giovane genio di Harvard, di hacker di successo under 30 molto ricco ma tutto sommato bizzarro. Stavolta il discorso è davvero serio: entrare con la forza economica e popolare del suo social network nel dibattito politico.

Forward.Us, il progetto che ha lanciato sul quotidiano della capitale, non è certo un partito, ma è certamente qualcosa di più di un progetto benefico o una riunione di pezzi grossi della Silicon Valley: il programma è più politico, perché si pone soprattutto l’obiettivo di regolamentare in modo più costruttivo e aperto l’immigrazione verso gli Stati Uniti.

Non una semplice lobby

L’iniziativa era nota da tempo, ritardo dovuto alla gaffe del presidente Joe Green (compagno di stanza di Zuckerberg e oggi manager), il quale trascinato dall’entusiasmo aveva esagerato nel considerare la potenza economica delle aziende tecnologiche americane come ragione ultima e sufficiente per fare politica negli Usa. Ora fwd.us è pubblico e sembra molto diverso da quanto si immaginava quando uscì, mesi fa, l’indiscrezione sulla volontà di Menlo Park di creare una lobby riconosciuta a Washington: inutile, visto che esiste già la Internet Association.

Forward assomiglia di più a un political advocacy, cioè un gruppo di sostegno a politiche di aiuto a persone che ne hanno bisogno. Queste persone sono gli immigrati stranieri dotati di competenze ingegneristiche. Così ne parla Zuck:

I miei bisnonni venivano da Ellis Island. I miei nonni erano un postino e un agente di polizia. I miei genitori sono medici. Io ho fondato una società. Niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza una politica di immigrazione accogliente, un sistema di istruzione e una grande comunità scientifica leader nel mondo. (…) Abbiamo una strana politica di immigrazione, per essere una nazione di immigrati. Ed è una politica inadatta per il mondo di oggi. In un’economia della conoscenza le risorse più importanti sono le persone di talento da educare e attrarre nel nostro paese. Un’economia della conoscenza in grado di scalare ulteriormente, creare posti di lavoro migliori e fornire una migliore qualità della vita per tutti. Per guidare il mondo in questa nuova economia, abbiamo bisogno delle persone di maggior talento e più volenterose. Abbiamo bisogno di formare e attrarre i migliori. Abbiamo bisogno che gli studenti delle scuole medie siano i leader di domani.

I cervelli stranieri creano lavoro per gli americani

I giganti della tecnologia si sono accorti che l’attuale politica di immigrazione, negli stati politicamente delicati del sud, a confine col Messico, ad esempio, e attraverso le normali vie di immigrazione regolare – influenzata dalla crisi economica interna – hanno bloccato il flusso. Tuttavia il 40% dei migliori studenti di matematica e ingegneria in america provengono da altri paesi. E aziende come Facebook, Google, Yahoo (le prime due hanno fondatori i cui cognomi richiamano platealmente origini non americane) quando analizzano i loro board, i vertici dei dipartimenti, scoprono che le percentuali di immigrati sono persino più alte.

Da qui il progetto, che vuole spingere per concedere più visti di ingresso agli immigrati dotati di capacità che si rivelino necessarie per la Silicon Valley. Nella consapevolezza che è già possibile dimostrare, statistiche alla mano, che per ogni posto di lavoro concesso a un cervello immigrato negli Usa, se ne creano altre tre per i cittadini americani.

I punti di questo programma “politico” sono elencati dallo stesso giovane miliardario:

  • Riforma dell’immigrazione, che inizi con una efficace sicurezza delle frontiere, consenta un percorso di cittadinanza e ci permetta di attirare le persone più talentuose, non importa dove sono nate.
  • Standard più elevati e responsabilità nelle scuole, supporto per i buoni insegnanti e una maggiore attenzione per l’apprendimento di scienza, tecnologia, ingegneria e matematica.
  • Investimenti nella ricerca scientifica e la garanzia che i benefici delle invenzioni appartengono al pubblico e non solo per pochi.

Le firme in calce a questa advocacy non hanno bisogno di presentazioni: Reid Hoffman, Eric Schmidt, Marissa Mayer, Drew Houston, Ron Conway, Chamath Palihapitiya, Joe Green, Jim Breyer, Matt Cohler, John Doerr, Paul Graham, Mary Meeker, Max Levchin, Aditya Agarwal e Ruchi Sanghvi.

Fonte: Washington Post • Notizie su: