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Presidente della Repubblica, scriva un tweet

Un invito aperto alla Presidenza della Repubblica: un dialogo più aperto e diretto con i cittadini, onorando così il concetto di "rappresentanza"

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«Può essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni d’età e goda dei diritti civili e politici». Lo prevede l’articolo 84 della Costituzione. Il Titolo II è tutto dedicato al Presidente, specificandone i doveri e tratteggiandone il profilo. Ed una cosa emerge con forza: il Presidente della Repubblica è il baluardo della Repubblica, il difensore primo della Costituzione ed il rappresentante ultimo di ogni singolo cittadino italiano. Ed è questo aspetto ad autorizzare un dubbio (ed una proposta): se il Presidente è il rappresentante più alto nelle istituzioni italiane, perché non dovrebbe essere utile e necessario un suo dialogo diretto con i cittadini, coloro i quali tramite i meccanismi previsti da Costituzione delegano per via indiretta a lui il controllo dell’anima stessa dell’identità repubblicana?

Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale.

I Governi possono cadere e le elezioni possono spazzare un intero Parlamento, ma il Presidente della Repubblica rimane, custode dell’integrità repubblicana e riferimento fermo per la cittadinanza che tenta di eleggere i rappresentanti che dovranno governare le sorti del paese.

Queste caratteristiche assumono una valenza del tutto speciale ai giorni nostri, in un’epoca di grande cambiamento nella quale la comunicazione cambia i propri paradigmi ed accompagna con sé stravolgimenti culturali forti. Ed è in ossequio a questo cambiamento che con queste righe si formula una proposta chiara e di forte valenza simbolica: la Presidenza della Repubblica apra a nuovi modelli di comunicazione, ai social network, al dialogo con i cittadini. Lo chiede l’Italia, ma lo chiede soprattutto un futuro che bussa sempre più insistentemente alla porta del nostro paese. Le ultime elezioni, e tutto quel che ne è susseguito, hanno creato forte caos attorno ai “palazzi” delle istituzioni, ma hanno al tempo stesso espresso un desiderio forte da parte dei cittadini: la politica deve uscire dalle stanze dei bottoni nelle quali si è arroccata negli ultimi anni e deve incontrare la gente, le piazze, le istanze dal basso.

Non solo: il dialogo non può più essere mediato da un giornalismo che perde di identità e la cui sacralità non è più unanimamente riconosciuta. La pulsione che emerge è quella di un dialogo più diretto ed immediato (=senza mediatori), nel quale ogni rappresentante eletto vada a riferire ai propri elettori delle proprie scelte, delle strategie seguite, dei principi a cui fa riferimento. Un bisogno impellente di trasparenza e di caduta di ogni ordine verticale che, almeno a livello comunicativo, deve giocoforza trovare risposta quanto prima.

L’esempio del Vaticano

L’avvicinamento della Chiesa al Web è qualcosa che prende forma ormai da anni, ma che negli ultimi mesi ha vissuto una forte accelerazione con l’apertura di un account ufficiale su Twitter con il quale il Pontefice ha la possibilità di dialogare con i fedeli. Non si tratta di un account personale, ma di un account che è legato strettamente ad un ruolo. Non a caso, infatti, l’account Pontifex è stato dapprima gestito dall’entourage di Papa Ratzinger, quindi è passato in Sede Vacante, ed infine è giunto sotto il controllo di Papa Francesco. Ed il significato di una azione simile è di enorme potenza, poiché genera un canale diretto tra il Papa ed i fedeli andando ben oltre l’Angelus domenicale o le altre forme di comunicazione ufficiali previste dal protocollo del Vaticano. Cambiando lo strumento, cambia il codice. E cambia il significato stesso del messaggio promulgato.

Il vertice e la base si incontrano su di una struttura orizzontale quale la Rete: creano una connessione tramite uno strumento quale un social network e così facendo generano una nuova occasione di incontro, più ravvicinata e viva, più trasparente e diretta. Per molti versi è questo un corto circuito guidato, basato su nuovi modelli di comunicazione che sanno veicolare i messaggi in modo molto più efficace.

Del resto ignorare la Rete è di per sé un messaggio, che va però in senso negativo. E veicolare in Rete i contenuti pensati per i media tradizionali è un errore lampante, poiché ignora la natura del nuovo network adeguandovi semplicemente dinamiche pensate invece per tv, giornali, radio e tutto quel che sta al di fuori del www. Ignorare la  Rete non è più cosa plausibile, ma l’alternativa non è adattarsi: l’alternativa unica è abbracciare la Rete ed immergervisi appieno. Poco alla volta, magari, ma senza indugi.

C’era una volta il discorso di fine anno

C’era una volta il discorso di fine anno: una tv in ogni casa, “un Partigiano come Presidente” che parlava a tutti tramite i principali canali televisivi e radiofonici, un rito assodato a cui assistere ed attorno al quale unirsi. La centralità del divano come luogo di dialogo con le istituzioni è però oggi non soltanto simbolo di un passato tanto vicino quanto superato, ma è altresì paradigma che precise istanze stanno tentando di demolire. Perché la tv non può più essere un canale di dialogo univoco; perché la tv non rappresenta più il “luogo” d’elezione ove l’utenza cerca l’informazione; perché la tv non ha più la valenza culturale centrale di un tempo; perché la tv non raggiunge più il cuore e la mente delle nuove generazioni; perché la tv non è più la miglior risposta al desiderio di immediatezza dell’informazione.

C’era una volta il discorso di fine anno, e potrà in realtà continuare ancora per molto tempo. Ma non può più assolvere a tutta una serie di bisogni: oggi serve qualcosa di più ed anche il Quirinale deve aprirsi alla realtà. Non basta un canale YouTube aggiornato in modo formale, non bastano i formalismi dei comunicati stampa, non basta l’aggiornamento “a giochi fatti” tramite i canali stampa accreditati: riuscire ad aggiornare i cittadini a ritmo sincopato, al di fuori dei formalismi e lontano dalle mediazioni tradizionali non significa andare contro il rispetto per le istituzioni, e ne rappresenterebbe anzi una esaltazione.

Lungi da ogni estremismo, però: la Rete non è il canale unico in grado di sostituire i precedenti, né deve diventare il paradigma attraverso cui giudicare elettori ed eletti. La Rete è tuttavia un altro medium, di importanza sempre maggiore, ed ogni iniziativa comunicativa deve giocoforza essere pensata alla luce di quel che la realtà presenta. Attivarsi su un social network è importante poiché non attivarsi è peggio: perché significa chiudere ad un dialogo. Non è più il momento di riflettere sul “se”, insomma: resta soltanto da riflettere, ed a fondo, sul “come”.

Presidente, cinguetti

Il Presidente Napolitano sta per re-insediarsi al Quirinale. Sul suo capo pendono enormi responsabilità. Inutile chiedere oneri ulteriori in questa fase: le urgenze sono altre. Tuttavia chiedere un semplice dialogo non comporterebbe un onere vero. E rinunciarvi, anzi, implicherebbe uno spreco: di esperienza, di contaminazione culturale, di arricchimento.

Le modalità sono varie e senza fermarsi ai dettagli tecnici ci si potrebbe comunque avviare nella giusta direzione aprendo contemporaneamente tre account paralleli su Twitter, Facebook e Google+ (nel titolo, “scriva un tweet” vada interpretato come una semplificazione necessaria del concetto): tutta roba che il personale del Quirinale potrebbe ben gestire con gli ampi budget disponibili. Non si chiede a Napolitano di posare carta e penna per impugnare un tablet: l’età giustifica certe preclusioni e vieta bieche obiezioni estremistiche. La richiesta non è inoltre personale: non sia Giorgio Napolitano a dover iniziare questo dialogo, ma sia piuttosto la figura del Presidente della Repubblica. Si tratta di un dovere legato alla funzione, non alla persona.

Presidente, scriva un tweet. Presidente, aggiorni uno status su Facebook. Presidente, dedichi brevi sporadici messaggi per celebrare la Costituzione. Presidente, parli con gli italiani e si avvicini a loro: spieghi le sue scelte, i suoi dubbi, i suoi auspici. Racconti l’emozione che va al di là delle polemiche. Presidente, non le si chiede uno streaming delle consultazioni, ma le si chiede almeno di capire come procedono a prescindere dal meccanismo giornalistico di palazzo che lega l’umore dei cittadini alle chiavi di lettura fornite dai politologi.

Presidente, parli con chi rappresenta. Perché anche questo dialogo virtuale è oggi implicitamente parte del concetto di “rappresentanza”. Non sarà utile nell’immediato, ma sarà un passo importante poiché effettuato nella giusta direzione: verso il popolo sovrano.

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