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Joe Biden: una tassa sui giochi violenti?

Joe Biden non si dice contrario alla possibilità di una tassa sui media che veicolano contenuti violenti, purché la ricerca ne comprovi l'utilità.

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Ridurre all’Italia ogni considerazione sul “rumore dei nemici”, che mette alla berlina la tecnologia nel nome di non si sa quale timore, sarebbe riduttivo. Occorre pertanto sottolineare anche quanto succede in queste ore negli USA, ove l’idea di una tassa sui videogiochi violenti sta per infilarsi nel dibattito circa la necessità di ridurre il numero delle armi in circolazione dopo i tristi eventi degli ultimi mesi. Autore delle parole incriminate è un nome di peso nella politica USA: Joe Biden, la spalla destra di Barack Obama alla guida degli Stati Uniti.

Biden è stato in realtà estremamente equilibrato nel proprio intervento, ma le prese di posizione che lo circondano hanno immediatamente alzato i toni sul tema. Al vicepresidente è stato infatti proposto di approvare una tassa sulle immagini violente, qualcosa che ponga una ostruzione ai media e che consenta di raccogliere denaro da devolvere alle future vittime della violenza per mano armata. L’ipotesi iniziale parlava di una tassa sui “media” che presto è stata interpretata però in modo più restrittivo come una tassa sui videogiochi: ovviamente limitare ai videogame un provvedimento simile sarebbe inutile e fuorviante, nonché probabilmente strumentale, ma al momento non è chiaro se vi siano state indicazioni più precise in merito.

Biden da parte sua non si è mostrato contrario all’idea, dichiarando di non avere nulla da obiettare. Tuttavia ha precisato come una tassa di questo tipo andrebbe supportata da studi in grado di dimostrare il legame tra i contenuti violenti ed i comportamenti pericolosi: così come successo con le sigarette, insomma, ove gli studi che hanno dimostrato i pericoli per la salute hanno di fatto supportato le sovrattasse in seguito approvate in tutto il mondo.

Forbes non esita ad attaccare frontalmente Joe Biden e la proposta emersa, guardando con estremo sospetto al dibattito che è andato ad aprirsi e sottolineando come non vi sia oggi alcuna ricerca scientifica in grado di legare i videogiochi violenti ai comportamenti violenti. Sebbene studi a tal proposito non possano che essere incoraggiati in ogni angolo del mondo, ad oggi isolare il discorso ai videogiochi sarebbe quindi, oltre che sbagliato, anche doloso.

In Italia i tentativi di fermare i giochi violenti nel nome di non meglio dimostrati nessi con la violenza in strada hanno nel tempo attraversato tanto l’avvento di Rule of Rose, quanto in seguito la vendita di Medal of Honor, Rapelay ed altri titoli. Interventi puntualmente scomposti, fatti di richieste di censura, che nulla hanno di che spartire con il possibilista (ma equilibrato) punto di vista di Joe Biden.

Ai tempi l’intervento di Giorgia Meloni (ex-Ministro per la Gioventù) contro Rapelay contestava ai videogiochi di causare un abbassamento della sensibilità nei confronti della violenza: «Lo stupro, quando diventa un “gioco”, smette di indignare, di scuotere le coscienze e colpire gli animi. Diventa consuetudine, banalità, quotidianità: e questo è assolutamente intollerabile. L’abitudine alla violenza genera insensibilità verso di essa, e fa sì che non ci sia più alcun impulso a combatterla». Gianpiero D’Alia (oggi Ministro per la Pubblica Amministrazione) ne approfittò per rivendicare le proprie proposte di censura: «Con la mia norma contro l’istigazione a delinquere in rete, lo squallido videogioco Rapelay sarebbe stato immediatamente bloccato». L’on. Roberto Cassinelli invece plaudì al modo in cui l’Italia si era messa in carreggiata: «Eliminando l’articolo 60 non abbiamo accontentato alcuna lobby, ma abbiamo evitato che l’Italia si facesse deridere dal mondo per l’introduzione di una norma giuridicamente e tecnicamente raccapricciante, che avrebbe soffocato lo sviluppo della rete ed inchiodato il nostro Paese ad un futuro retrogrado».

#ilrumoredeinemici
storia di una guerra ideologica

Oggi il tema torna di attualità negli Stati Uniti (il che lo riporterà certamente in auge anche in Italia, ove il contesto sembra ideale affinché un certo vento ostile nei confronti della tecnologia torni a soffiare forte) e le lobby sono avvertite: chi riuscirà a dimostrare la presenza o l’assenza di un nesso tra videogiochi e violenza avrà la meglio in questa partita. Il Congresso vuole il supporto della scienza, dopodiché potrà muoversi con tasse o balzelli. Il tutto all’interno di un problema ben più ampio e radicale, che tira in ballo interessi miliardari: il commercio delle armi in un paese afflitto da fatti di cronaca che costringono l’intera popolazione ad una riflessione vasta ed approfondita su cosa possa nutrire il male interiore della prima superpotenza al mondo.

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