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Brunetta: il Web è il rifugio dei violenti

Brunetta definisce la rete come una palestra di barbarie, nido che alleva le pulsioni violente prima che si riversino nella realtà; e promuove leggi ad hoc

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Il Web è il rifugio dei violenti. E la firma è quella di Renato Brunetta in un articolo pubblicato su Il Giornale. Un nuovo attacco da gettare nel calderone della nuova aria che spira contro il Web, ove non passa più giorno senza che nomi di spicco di varia estrazione prendano di mira la Rete contestandovi una carica di violenza “speciale”, da combattere con provvedimenti speciali all’interno di iniziative speciali. Brunetta firma la puntata odierna di questa moderna guerra ideologica che mette contro chi vede nel Web anzitutto una risorsa e chi vede nel Web anzitutto una minaccia.

Vorrei porre qui la grande questione della libertà di manifestazione del pensiero, e del pensiero politico: quali regole non scritte suppone; come esse trovino riscontro nella Costituzione; la necessità di leggi chiare e distinte sul tema.

Recita l’attacco di Brunetta: «La Costituzione italiana è chiarissima. L’articolo 17 sancisce: “I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi”, lo Stato in cambio deve garantire sicurezza e libertà senza che fischi e disturbatori ne trasformino l’essenza. Questo vale anche per la rete. La virtualità del web diventa alibi per esercitare una violenza verbale per cui si pretende impunità. L’ingiuria e la minaccia non sono però meno reali, e lo sa bene chiunque sia stato bersaglio di un’orda anonima. Ma questa violenza non si esaurisce nell’impalpabile mondo dei social network. La rete, infatti, è diventata la palestra dove ci si impratichisce nella barbarie, che poi si riversa, come per i vasi comunicanti, nella realtà reale. Le famose convocazioni della rete sono l’anello di congiunzione tra il virtuale e le aggressioni fisiche. Per questo le iniziative di legge volte a trasformare la rete in un territorio della Repubblica soggetto alla Costituzione e alle norme che ne derivano, non sono liberticide, ma al contrario generatrici di libertà, impedendo agguati nella giungla 2.0».

Alcune considerazioni, punto per punto:

  • «La virtualità del web diventa alibi per esercitare una violenza verbale per cui si pretende impunità»: da più parti si è ricordato come nessuno richieda né pretenda alcuna sorta di impunità, ma soltanto l’applicazione di norme esistenti senza aggravio alcuno per la libertà di espressione;
  • «La rete, infatti, è diventata la palestra dove ci si impratichisce nella barbarie, che poi si riversa, come per i vasi comunicanti, nella realtà reale»: un concetto snocciolato come fosse un dato di fatto, ma privo di qualsivoglia dimostrazione; è semplice opinione personale, quindi, peraltro debole e chiaramente preconcetta;
  • «Le famose convocazioni della rete sono l’anello di congiunzione tra il virtuale e le aggressioni fisiche»: quali sarebbero le “famose convocazioni” che hanno determinato una violenza fisica a partire da una qualche fenomenologia strettamente legata al Web? Perché non additare anche la telefonia, allora, visto che è uno strumento ben più usato per l’organizzazione? Il Web è soltanto uno strumento, oppure è attore attivo nel fomentare la violenza?
  • «iniziative di legge volte a trasformare la rete in un territorio della Repubblica»: la Rete non è per sua natura un “territorio della Repubblica”, ma semmai una dimensione nella quale agiscono cittadini (questi sì) della Repubblica; le leggi esistenti possono essere applicate su questi cittadini e la cosa avviene già regolarmente, mentre delineare la Rete come un territorio da regolamentare in modo speciale è un modo errato di delineare la situazione (non senza il sospetto del dolo).

Se non si interviene subito il virus delle contestazioni sistematiche sarà legittimato e diventerà endemico, così da indurre a rinunciare a incontri pubblici di chi è sgradito a qualcuno. Lo dico e lo ribadisco ancora una volta. La libertà di manifestazione del pensiero è sacra, e nessuno si sogna di comprimerla, conculcarla o limitarla

Si difende la libertà di pensiero espressa in taluni contesti, ma la si difende additando contesti differenti; il che trasmette le note stonate di chi non sta difendendo un alto concetto di libertà, ma ne sta piuttosto cavalcando strumentalmente l’idea per finalità differenti. Aleggia il sentore, ancora una volta, di un tentativo di spianare la strada a leggi ad hoc che pongano un freno ad un quale pericolo non ben identificato, ma sempre puntualmente addebitato al Web. I casi Costa e Pisicchio, insomma, non sembrano semplici casualità se interpretati alla luce dell’intero contesto che va maturando.

Poi una precisazione finale:

Sul piano delle manifestazioni «immateriali» (in rete), far valere meglio le norme già esistenti su calunnia e diffamazione, e insieme garantire elementi minimi di contraddittorio a favore della persona oggetto del pur legittimo diritto di critica.

Far valere al meglio le normative esistenti è un concetto meritevole e condivisibile: le norme vanno adeguate all’evolvere rapido della tecnologia, rendendole quanto meglio applicabili possibile. Tuttavia questa rincorsa non può fare a meno della necessaria consapevolezza delle peculiarità della Rete e dei motivi che portano ad una garanzia delle libertà contro ogni forma di possibile censura preventiva, scomposta, illiberale ed anacronistica.

Le parole usate da Renato Brunetta (intervistato su queste pagine nel 2009, quando a Webnews prometteva di portare 2Mbps all’intera popolazione italiana puntando ai 20Mbps in tempi rapidi) attribuiscono però al Web un ruolo preciso come “palestra di barbarie” il che non può non far temere sul clima che si crea attorno a chi cerca di “far valere meglio le norme esistenti su calunnia e diffamazione”. Perché l’intento del legislatore può forse nascondersi dietro le parole, ma traspare dai dettagli e lo si legge tra le righe. Ed il rumore dei nemici ne aumenta l’eco grazie ad una prospettiva storica che fotografa l’intero percorso di questa guerra ideologica ormai decennale.

#ilrumoredeinemici
storia di una guerra ideologica

Fonte: Il Giornale • Notizie su: