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PRISM: Cypherpunk aveva ragione?

Il manifesto dei critto-anarchici del web, il progetto Wikileaks, le accuse di Assange: tutto assume un contorno diverso alla luce dello scoop sulla NSA.

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Agli albori del World Wide Web un gruppo di anarchici scrisse un manifesto sulla crittografia come metodo di rivoluzione politica. Il nome di quel gruppo era Cypherpunks, al quale Julian Assange ha dedicato il suo ultimo libro. Oggi, alla luce di tutto quanto sta emergendo sull’attività della NSA, l’agenzia per la sicurezza nazionale americana, ritorna attuale una domanda inquietante: quelle teorie erano esatte? La privacy è morta da vent’anni e il mondo è totalmente spiato?

Peggio di Bush. Una vergogna. Sono solo due delle più dure critiche all’amministrazione Obama, firmate niente meno che da Noam Chomsky e Al Gore, dopo l’incredibile scoop anglo-americano che ha scoperchiato le attività della NSA e il suo progetto PRISM.

Rispetto a questo programma di intrusione nei server aziendali dei grandi colossi della Rete, il caso Verizon è quasi un gioco: un conto sono i metadati telefonici, dati pubblici, regolati anche in Europa secondo leggi comunitarie (previa autorizzazione di un giudice o un pm) che rappresentano poco più di quanto si scoprirerebbe leggendo un indirizzario postale; un altro sono i dati contenuti negli hosting, nei social network. Siti che hanno disclaimer molto chiari sul trattamento dei dati sensibili che ogni utente nel mondo inserisce quotidianamente. E che la NSA, non si sa bene come, oltrepasserebbe.
Le aziende, prevedibilmente, hanno negato ogni complicità: Google, Facebook, Apple, nessuna di loro avrebbe mai sentito parlare di PRISM. E le ipotesi sul loro grado di coinvolgimento sono più d’una e nessuna al momento verificabile.

Cypherpunks

Nel 1990 un gruppo di hacker cominciò a radunarsi nella baia di San Francisco e prese parte ad una iniziativa che nasceva dalla riflessioni pubblicate sulla rivista cyberpunk Mondo2000, dove due anni prima si cominciò a parlare del filo spinato che si sarebbe dovuto mettere attorno alle proprie vite in Rete.

Eric Hughes, John Gilmore, Tim maggio e altri capelluti e bizzarri hacker scrissero il Manifesto Cypherpunk. Il concetto basilare era che una crittografia molto più forte del passato avrebbe staccato la comunità delle genti dalle istituzioni politiche, proteggendole dalle interferenze governative. A vent’anni di distanza (era il 9 marzo 1993) le parole suonano straordinariamente profetiche:

Nella maggior parte dei casi l’identità personale non è saliente. Quando acquisto una rivista in un negozio e pago il commesso, non c’è bisogno di sapere chi sono. Quando chiedo al mio fornitore di posta elettronica di inviare e ricevere messaggi, il mio fornitore non dovrebbe aver bisogno di sapere a chi sto parlando o quello che sto dicendo o cosa pensano gli altri di me, il mio fornitore ha solo bisogno di sapere come ottenere il messaggio e quanto gli devo in tasse. Quando la mia identità viene rivelata dal meccanismo sottostante alla transazione, non ho privacy. Non posso selettivamente rivelare me stesso, devo sempre rivelare me stesso.
Pertanto, la privacy in una società aperta necessita di sistemi di transazione anonimi. Fino ad oggi, il denaro contante è stato come un sistema primario. Un sistema di transazione anonimo non è un sistema di transazione segreta. Un sistema anonimo consente alle persone di rivelare la loro identità quando lo si desidera e solo quando lo si desidera. Questa è l’essenza della privacy.

Il gruppo lavorò a codici di crittografia, software open, metodi, costruì una community, guidato dalla logica per cui proteggere i propri dati significava in prospettiva proteggersi dall’intrusione politica che presto o tardi i governi sarebbero stati tentati di fare tramite Internet. Tuttavia all’epoca questo lavoro, per quanto interessante, restò confinato nella sottocultura cyberpunk che si è poi trasferita negli anni duemila in quella hacking. Anche se non sono mancati scontri, durissimi, con l’allora amministrazione Clinton, che già nel 1993 metteva in campo un proprio progetto di decrittazione a disposizione della NSA. Di converso, alcuni hacker finirono per vendere questi software a banche e istituzioni finanziarie, in nome di una protezione delle transazioni da possibili intrusioni ed attacchi.

John Gilmore, è uno dei fondatori di Cypherpunks, creatore della mailing list. Oggi si occupa della Electronic Frontier Foundation.

John Gilmore è uno dei fondatori di Cypherpunks, creatore della mailing list. Oggi si occupa della Electronic Frontier Foundation, che ha duramente criticato l’amministrazione Obama per il caso NSA.

Assange e Wikileaks

Julian Assange, molti anni dopo, ha dedicato a questo gruppo una intera puntata del suo show, realizzato durante il processo (prima dell’Ecuador) mentre era agli arresti domiciliari a Norfolk. Nel documentario Assange dialoga con Andy Müller-Maguhn, uno dei primi membri del Caos Computer Club, e Jérémie Zimmerman, famoso esperto francese di anonimato e libertà di espressione.

L’ex hacker australiano, fondatore di Wikileaks, ha fatto la sua comparsa in Cypherpunks nel 1995. Prima di questo documentario e del libro non aveva mai specificato l’origine del codice sorgente di Wikileaks, che risale appunto al lavoro di quel gruppo. La differenza tra Assange e Cypherpunks consiste nel fatto che Wikileaks è stato utile a stabilire una verità imbarazzante: quel tipo di cultura tecnica si è successivamente diffusa nel settore privato. I fautori del codice libero non sono riusciti a fermare «uno scenario distopico di sorveglianza post-moderna».

Paesi come la Libia di Gheddafi, la Cina, la Corea del nord, hanno acquistato a prezzi abbordabili da società di software strumenti di sorveglianza che prima erano appannaggio soltanto di pochissimi esperti e superpotenze. Con pochi milioni di dollari si possono controllare tutte le conversazioni di un popolo di un paese di medie dimensioni. Per questa ragione la situazione geopolitica è assai più pericolosa di quanto fosse immaginabile venti anni fa, e anche paradossale: regimi non democratici utilizzano strumenti di spionaggio della Rete per fermare i movimenti di opposizione che si raggruppano grazie ai social network, con mezzi simili a quelli dei regimi democratici che a questi paesi si oppongono e che sostengono le varie “primavere” da spettatori interessati. Le aziende implicate in PRISM, come Google o Skype, sono spiate contemporaneamente da paesi contrapposti.

La società trasparente

Qui si potrebbe facilmente cadere negli scenari di Philiph Dick. Forse però è meglio essere più cinici. La questione è molto ben argomentata da un riassunto di tutta la storia da parte di TheVerge, che quando scrisse di Cypherpunks tre mesi fa non poteva immaginare la storia di PRISM. Contrariamente a quanto si sarebbe portati a pensare, i più acuti osservatori del rapporto tra privacy e Web considerano il lavoro di Cypherpunks antiquato e persino dannoso. La ragione è che ormai viviamo in una società trasparente, dove la minaccia principale alla privacy sembra provenire dalla incapacità di comprendere che non ne abbiamo più una. La cultura hacking avrebbe quindi alimentato, secondo questa visione, una falsa prospettiva.

Dunque va tutto bene? Nient’affatto. Gli spostamenti dei cittadini di molte nazioni, le loro scelte, i loro scambi, le loro opinioni, sono potenzialmente sorvegliati da motori raffinati, semantici, e da agenzie che dispongono di strumenti di spionaggio che si possono concentrare, dopo un primo segnale di allarme, su una singola persona. È ovvio che il 99% delle persone occidentali deve soltanto preoccuparsi di non farsi taggare sulla timeline del capoufficio mentre sono ubriachi la sera prima di andare al lavoro, ma questo sistema tecnologico può stritolare qualcuno che finisca, senza colpe, nel restante 1%.

Fonte: The Verge • Via: Webnews • Immagine: Firewall tramite Shutterstock • Notizie su: ,