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I Pink Floyd e Spotify: “Money, it’s a gas”

Nick Mason parla di streaming: per il batterista dei Pink Floyd piattaforme come Spotify potrebbero rappresentare uno ottimo strumento per i musicisti.

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In maniera quasi paradossale, alcuni dei gruppi che nei decenni scorsi hanno saputo innovare e gettare uno sguardo oltre ai canoni musicali tradizionali, di recente si sono dimostrati piuttosto “conservatori” quando si è trattato di fare i conti con l’evoluzione dell’industria discografica. Si pensi ad esempio all’accesa battaglia tra i Metallica e Napster, oppure al ritardo con cui i cataloghi di band come Beatles e Pink Floyd hanno abbracciato le piattaforme digitali.

Sull’argomento si è pronunciato Nick Mason, membro storico della band inglese, in occasione di un incontro con la redazione del Wall Street Journal andato in scena al Tech City di Londra. Il batterista, così come gli altri due membri della formazione rimasti in vita (David Gilmour e Roger Waters), sembra aver cambiato idea sulle potenzialità offerte dal mondo digitale agli artisti. Il riferimento è in particolare alla partnership siglata nei mesi scorsi con Spotify.

Per noi Spotify è stato un successo. Molte persone hanno ascoltato la nostra musica in streaming e, ancora più importante, molte persone che non ci conoscevano. Forse avrei detto qualcosa di diverso se questa discussione fosse avvenuta un anno e mezzo fa, ma ora è più chiaro come lo streaming non rappresenti l’ennesima forma di pirateria. Inoltre, oggigiorno si ascolta più musica rispetto… al passato.

Lo streaming come fonte di reddito proveniente dagli ascolti dunque, ma non solo. Spotify, Rdio, Deezer, Grooveshark, iTunes, Google Play Music, Pandora ecc. possono rappresentare un veicolo efficace per raggiungere nuovo pubblico, sia nel caso di band emergenti che di realtà affermate come i Pink Floyd. Mason prosegue poi parlando del difficile rapporto che lega artisti ed etichette, oggi sostenuto da un equilibrio sempre più precario, oltre che di come attualmente il mercato musicale può generare profitti. Secondo il suo punto di vista, ampiamente condiviso da chi fa parte dell’organizzazione di eventi live, sono i concerti e il merchandising a portare la fetta più grande degli introiti, mentre la vendita di album e singoli rappresenta un business sempre meno redditizio.