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AOL contro una startup: usa il suo free database

AOL ha invitato una startup a desistere dal fornire un'applicazione che adopera un suo database. Ma i dati sono creative commons.

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Cosa si potrebbe dire di un’azienda che prima rende copyfree un suo contenuto e poi lo rivuole indietro? Questa è la domanda che si pone il giornalista David Kravets e che riguarda un caso decisamente alla Davide contro Golia: da un lato il colosso AOL, dall’altro una piccola startup, Pro Populi, e una sua applicazione mobile che fornisce un elenco dettagliato di contatti del mondo tech. Il database è stato realizzato da AOL, ma è Creative Commons. Chi ha ragione?

La questione sta mettendo in imbarazzo tutti i protagonisti, e chiama in causa proprio l’intervento di Creative Commons di qualche tempo fa, che ha ribadito l’urgenza di rimettere ordine nel dedalo della protezione della proprietà intellettuale nell’era del Web.
La vicenda è piuttosto semplice – anche se sta producendo articoli fiume e lettere su lettere degli studi di avvocati – e si può riassumere così: Pro Populi ha realizzato un geniale servizio per smartphone e Google glass, chiamato People+, che si basa esclusivamente sullo sfruttamento intelligente dell’intero database di Crunchbase, una straordinaria fonte di informazioni che AOL ha ereditato quando ha acquisito TechCrunch, dove sono conservati nomi, ruoli, dati di oltre 187 mila aziende tech nel mondo. La disputa sta nello stabilire se quando qualcuno mette come Creative Commons dei dati è d’accordo anche sul fatto che qualcuno li utilizzi tanto meglio al punto da farne un servizio remunerativo. Da un web service a una mobile app, infatti, c’è molta differenza.

Matt Kaufman, in una dichiarazione sul blog di Crunchbase, è chiaro al riguardo: non può essere concesso a nessuno di utilizzare un database frutto del lavoro di migliaia di persone lungo gli anni, per fornire un servizio direttamente concorrente. Ma la Electronic Frontier Foundation non è d’accordo, e ha deciso di difendere legalmente i giovani startupper, scrivendo una lettera (pdf) nella quale sostiene esattamente il contrario: Pro Populi ha utilizzato la licenza Creative Commons CC-BY, attribuzione che permette qualsiasi uso commerciale o non commerciale. Inoltre, il servizio è fatto in modo da aggiornarsi con l’intervento degli utenti ed è destinato a non essere più soltanto una copia del database di partenza.

La questione è finita su Wired e sui principali siti d’oltreoceano anche per le sottili implicazioni tecniche: per definizione i contenuti sotto licenza Creative Commons non possono essere protetti perché la licenza è perpetua, quindi AOL potrebbe cambiare la licenza in futuro e bloccare qualcosa di nuovo aggiunto al database, ma i dati che Pro Populi ha già copiato sotto la licenza CC rimarebbero liberi. Tuttavia, AOL sostiene che la startup ha violato un disclaimer quando ha scaricato il database, usando una API che è citata nelle condizioni della licenza e per cui non può essere utilizzato per creare un concorrente. Così recita:

AOL si riserva il diritto di rivedere continuamente e valutare tutti gli usi di API, tra cui quelli che appaiono più competitivi di carattere complementare.

Tuttavia, Pro Populi ha smesso di usare l’API e secondo i legali di EFF non deve smettere di utilizzare il database di Crunchbase ora che lo possiede. Enigma del copyfree, sul quale è intervenuto con splendida correttezza intellettuale lo stesso TechCrunch, che sulla questione ammette qualche colpa dei colleghi di Crunchbase nel comprendere cosa sia un Creative Commons.

Fonte: Wired • Via: Crunchbase • Notizie su: ,