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Eric Schmidt: crittografia per tutti

La previsione del responsabile di Google: la censura in tutto il mondo finirà in un decennio e la crittografia aiuterà i cittadini contro la sorveglianza.

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La privacy avrà ancora senso oppure nel mondo iperconnesso? Secondo Eric Schmidt, presidente del board di Google ex amministratore delegato, entro un decennio i cittadini del mondo ne avranno più di oggi. Una previsione ottimistica, se non azzardata, considerando i tempi. Ancora più notevole se si considera che poche ore dopo questa affermazione, Vinton Cerf, anche lui della famiglia di Mountain View, ha definito la privacy «un’anomalia».

Durante una lezione alla Johns Hopkins a Washington, Eric Schmidt sembra davvero aver preso in pieno petto il pessimismo di molti osservatori del web alla luce del Datagate (e magari pensando anche alle piccole schermaglie con Microsoft) e ha sostenuto che la censura in paesi come la Cina è destinata a finire entro un decennio. Parole importanti, quando dette dal responsabile del più grande motore di ricerca del mondo:

Prima cercano di bloccarti, poi cercano di infiltrarsi e alla fine vincono. Eppure io penso ci sia la concreta possibilità di dire addio alla censura nel prossimo decennio. Per le stesse dinamiche secondo le quali i governi cercano di sorvegliare le loro popolazioni: ci sono prove che alcuni standard di cifratura in uso oggi sono stati infranti dalla NSA e anche da altri paesi. È il gioco del gatto col topo, ma in questo gioco penso che i censori perderanno.

Non è certo la prima volta che viene fatto notare, anche ad alti livelli istituzionali, il parallelo tra le tecniche invasive dei paesi liberticidi e quelle intrusive delle democrazie ossessionate dalla prevenzione per la sicurezza nazionale. Una convinzione rafforzata dall’ultimo viaggio in Corea del nord, dove Google ha per il momento fallito la sua missione. Un viaggio che ha fatto infuriare l’amministrazione Obama, perché avvenuto poche settimane dopo il lancio di un razzo militare, ma opinione di Google è che portare connettività, anche limitata, è un vantaggio per la democrazia.

Sul fronte interno, però, non mancano le frizioni. Big G è tra le aziende pesantamente coinvolte nello scandalo sollevato da Edward Snowden a proposito della NSA. Schmidt ha ricordato la recente multa di 17 milioni di dollari pagata per l’acquisizione di dati erroneamente catturati dal sistema per creare le mappe di Street View. Il paradosso è che la soluzione prospettata dal governo federale è l’uso di una crittografia più adeguata. Esattamente ciò che sarebbe raccomandabile anche da parte dei cittadini nei confronti dello stato che dice di volerli proteggere:

Abbiamo scoperto che alcune codici cifrati sono stati violati. Con chiavi sufficientemente lunghe resta però molto difficile, per chiunque, intromettersi. Per questo Google ha recentemente aumentato lunghezza e complessità delle sue chiavi. I governi cercheranno sempre di sapere qualcosa di più delle persone, e loro avranno strumenti sempre più potenti per proteggersi. Per me è chiaro che la gara è potenzialmente infinita, ma tende alla vittoria di questi ultimi.

La battuta raggelante di Cerf

Neanche il tempo di abituarsi all’idea di un pacioso Eric Schmidt alla Cypherpunks, che l’evangelista Internet Vinton Cerf ha rilasciato alcune dichiarazioni clamorose, subito riprese dalle agenzie. Cerf, uno dei padri della Rete, ha parlato della privacy in un keynote sull’Internet of Things promosso dalla FTC. Essendo a porte chiuse, molti blog e agenzie hanno ricostruito le sue dichiarazioni chiedendo ai partecipanti e ognuno, com’era inevitabile, l’ha raccontato con diversi particolari. Sembra però che Cerf abbia effettivamente pronunciato la frase «la privacy potrebbe essere un’anomalia storica». Cosa intende?

Vinton Cerf non è nuovo a queste analisi. In sostanza, parte dall’osservazione che in realtà l’umanità ha sempre goduto di pochissima privacy, e che il concetto è legato allo sviluppo urbano, alla recente industrializzazione e conseguente anonimato delle masse. Secondo Cerf, quindi, la privacy non è morta, ma sarà sempre più difficile conservarla allo stato attuale, molto semplicemente perché i comportamenti sociali stessi delle persone la stanno uccidendo. Forse non interpreta più i tempi come quando è nata circa 100 anni fa.

Insomma, secondo Cerf la tecnologia ha tolto significato alla riservatezza, perché ha rimpicciolito di nuovo il mondo delle relazioni interpersonali. «In un paese di duemila anime non c’è mai stata privacy», avrebbe detto alla platea. Che la nostra intelligenza sociale stia uccidendo ciò che a parole pensiamo sia ancora un diritto? In questo caso, potrebbe essere un’altra tecnologia, la crittografia appunto, a restituirgli significato.

Fonte: 9to5google • Via: Business Insider • Immagine: World Economic Forum • Notizie su: ,