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Hashtag: la politica e il cancelletto

Non c'è comizio, iniziativa o annuncio politico che non sia accompagnato da un hashtag: moda, evoluzione del linguaggio o decadimento ultimo dei partiti?

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Una moda? Una necessità? Un trend a cui ci si sta aggregando non senza alcune cadute di stile e sicuramente non senza una certa mancanza di fantasia? O forse c’è qualcosa di più dietro una comunicazione politica che nel tempo si è sempre più formattata attorno al concetto dell’hashtag?

La politica dietro il cancelletto, direbbe qualcuno. La politica dietro le sbarre, ironizzerebbe qualcun altro. Ma la realtà è questa: non c’è comizio che non abbia un hashtag, non c’è discorso che non abbia un #qualcosa, non c’è iniziativa che non venga annunciata con un cancelletto di presentazione. Matteo Renzi è forse il personaggio attorno al quale il fenomeno ha assunto i toni più rilevanti, diventando in modo più strutturale uno dei cardini della comunicazione attorno alla sua scalata politica. Ma Renzi altro non è se non un tassello di una evoluzione continua, che ha giocoforza motivi e origini più vecchie del sindaco di Firenze.

L’hashtag, oltre Twitter

Si sgombri anzitutto il campo dagli equivoci: l’hashtag nasce su Twitter, ma poi va ben oltre e Twitter non è certo il fine ultimo, anzi. Se l’hashtag servisse solo per comunicare su Twitter, il fallimento sarebbe immediato: è noto quanto poco sia letto e partecipato Twitter in Italia. In realtà il meccanismo è più complesso, ed usa Twitter semplicemente come primo ingranaggio: il politico twitta, l’utente retwitta, l’hashtag nasce, il giornalista lo riprende, il trend emerge, l’utenza partecipa e il messaggio prende forma.

L’hashtag in politica non ha un padre e una madre, né ha colore politico: lo usano ormai tutti e tutti sono pronti a sfoggiare il cancelletto come ai tempi si sbandierava ai comizi. #Adesso, #enricostaisereno, #chiediloarenzi e #cambiaverso in zona Renzi, #osiamo in zona Alfano, #renziecaccialagrana e #balledacciaio in zona Grillo, #OppureVendola in zona SEL e via dicendo. Gli esempi si sprecano. Tutte queste iniziative hanno protagonisti, motivazioni e sviluppi differenti, ma hanno tutti la stessa matrice: una serie di caratteristiche accomuna gli hashtag e consente di dipingere un quadro comune che la dice lunga sull’attuale timbro della comunicazione politica nel nostro paese.


Hashtag come evoluzione

Non è stato l’hashtag a creare un nuovo modo di comunicare la politica, ma è piuttosto la politica ad essersi accorta che all’esterno era disponibile uno strumento nuovo utile per i nuovi ritmi della comunicazione stessa. Il ritmo era cambiato ormai da tempo. Durante il ventennio di Berlusconi (in parte a causa dello stesso Berlusconi, in parte per una evoluzione naturale del linguaggio e dei media) molto è mutato da questo punto di vista: dai lunghi comizi di piazza del dopoguerra ci si è orientati ai lunghi comizi televisivi della Seconda Repubblica, fino ad esaurire la corsa sui 140 caratteri di Twitter ove ad oggi c’è ancora più palcoscenico che non platea. Ormai da anni è consuetudine sentire il politico in tv che, per rendere il proprio messaggio quanto più diretto e “digeribile”, quanto più facile e memorizzabile, punta tutto sulle parole chiave. I discorsi si chiudono così ormai abitualmente con cose del tipo “più trasparenza, meno inciuci, più democrazia”. Poche parole, incisive, spesso vuote, sempre altisonanti ed enfatizzate da sguardo severo e dito indice alzato.

Ridurre un discorso ad un titolo non è soltanto una necessità giornalistica, ma anche una precisa indicazione comunicativa: una politica che fatica a calamitare consensi tramite gli ideali, non può che passare per strumenti studiati a tavolino per calamitare almeno l’attenzione e la memoria, coinvolgendo in slogan invece di abbracciare le masse con l’argomentazione. Del resto non c’è più spazio per uno sviluppo vero del discorso: la tv concede pochi secondi nei tg o pochi minuti sincopati nelle resse dei talk show, i giornali sono un agglomerato di titoli e la rete è fatta apposta per la circolazione di messaggi parcellizzati.

L’hashtag non è dunque l’origine di tutto, ma soltanto un approdo. Probabilmente parziale e temporaneo, in cerca di nuove evoluzioni più fantasiose e nuovamente performanti (perché è ovvio: dietro all’appiattimento della forma non può che esserci uno scadimento dell’originalità e del successo comunicativo).

Hashtag come linguaggio

Se un tempo i grandi schieramenti avevano buon gioco a gestire il proprio bacino di utenti forzando o rafforzando le posizioni precostituite attorno ai soliti ideali, oggi tutto si è fatto più liquido e viscido. Nessun partito può dirsi ragionevolmente certo del proprio elettorato, nessuna sigla incarna più un ambito forte e circoscritto, nessun leader può arrivare alle elezioni certo della propria base. Perché è la base stessa a non esserci più.

La crisi dei partiti è qualcosa che meriterebbe ben più di qualche riga, e non è questo il luogo deputato ad una analisi di questo tipo. Già Olivetti a suo tempo ne decretava l’incapacità di interpretare ideali che non fossero i soliti Cristianesimo e Socialismo, le due anime attorno a cui vedeva formattata l’Italia e gli italiani. Lo scollamento tra i vertici e la base è infine arrivata alla frattura, ma tutto ciò è stato dettato soprattutto dal mutamento della base stessa: la rete ha avuto un ruolo fondamentale nel dar voce a più entità, al di là dei soliti media che parlano dei soliti nomi, e ciò ha elargito opportunità che in molti hanno saputo raccogliere. Ora anche i grandi partiti si buttano nella mischia, cercano nella rete l’occasione per recuperare quanto perduto e si adattano così al linguaggio che la rete stessa esprime. Non si può utilizzare un canale senza adeguare il proprio codice. L’uso dell’hashtag è un esperimento in tal senso: semplicistico e un po’ ingenuo in certi casi, sperimentale e mirato in altre situazioni, in ogni caso segno evidente di uno spostamento della comunicazione su una piattaforma esigente, diversa ed in grado di raccontare se stessa con protagonismo.

Hashtag come catalizzatore

Emerge così uno dei punti fondamentali dell’adozione degli hashtag in politica: la loro natura aggregante. L’hashtag nasce del resto a questo scopo specifico: mettere assieme più persone e più idee attorno al medesimo concetto ed alla medesima discussione. Se idealmente l’hashtag nasce dal basso come espressione naturale di un discorso diffuso, in realtà un riferimento forte che rende pubblico l’hashtag è ciò che consente alle aggregazioni di formarsi meglio, più velocemente e con maggior efficacia. Ecco così che la politica ne lancia molti e continuamente, nel tentativo di aggregare attorno a sé quanta più massa possibile.

Utilizzare un hashtag significa infatti legare a sé, almeno per un momento, una persona. Chiunque utilizzi un hashtag si fa parte di un sistema, entra nel meccanismo del passaparola e crea volume nella nube comunicativa di chi ha dato origine all’hashtag stesso.

Una politica che non sa più aggregare, vede negli hashtag un investimento a basso costo e di risultato immediato su cui scommettere. Un risultato, spesso, fragile e vaporoso, che si dilegua nel giro di poche ore, ma meglio di niente: sbraitare sui giornali e nei talk show ha una sua efficacia fondamentale, che nel tempo va però affievolendosi e che, soprattutto, ha minor presa su quelle fasce di utenti che ignorano tv e giornali poiché in altre faccende affaccendati.

Hashtag come coinvolgimento

Ma l’hashtag, per sua natura, non è soltanto mera aggregazione passiva: l’utente che utilizza un hashtag sta infatti attivamente collaborando alla costruzione del pubblico dibattito, lanciando la propria idea nella pubblica arena e diventando parte attiva della comunicazione politica a cui si accoda. Se dunque la politica fatica ad aggregare e nell’hashtag trova uno strumento valido per risolvere parzialmente il problema, al tempo stesso la politica ancor di più fatica a trovare l’interazione e nell’hashtag vede la possibilità di un piccolo miracolo momentaneo.

Dove la politica ha fallito nel dar vita ad un dibattito vero e diretto con la gente (giornali e tv, con la loro natura mainstream, non sono certo fucine di dibattito, ma solo di ricerca del consenso), l’hashtag ed i nuovi media hanno invece creato una opportunità di ascolto e di risposta. Il che ha però un profilo di alta pericolosità: convocare al dibattito per poi non parteciparvi dialogicamente, significa di fatto soltanto perdere l’occasione, deludere la base e sprecare quanto di buono un hashtag potrebbe offrire. Per banale che possa essere, molti ancora non lo hanno capito: non basta un hashtag per parlare “con la rete” (espressione che è sintomo primo dell’aver fallito), ma serve un approccio ed una filosofia specifica della quale l’hashtag è soltanto uno degli strumenti utili. L’hashtag è soltanto l’occasione di contatto e si fa sterile se l’occasione non viene in seguito coltivata e sfruttata (con tutti gli oneri e onori che la cosa implica).

L’hashtag è oggi usato come scintilla, come strumento per accendere il Minerva della partecipazione attorno a temi specifici. A volte in modo sterile, a volte in modo provocatorio, ma sempre e comunque nella speranza di veder accendersi un dibattito da poter ricondurre alla propria fazione ed alle proprie finalità. La provocazione, soprattutto, è uno degli atteggiamenti più frequenti per cercare il coinvolgimento: più è forte un hashtag, maggiore sarà la risposta delle masse. Maggiore è la risposta delle masse, maggiore è l’eco che l’hashtag è in grado di raccogliere. La quantità, però, non sempre è tutto.

Hashtag come segmentazione

Aggregazione, interazione, coinvolgimento ma anche segmentazione. Se il marketing la fa da padrona, l’hashtag non può che diventare anche oggetto “strumentale” che rende industriale il processo di ricerca del consenso. Grazie agli hashtag, infatti, è possibile scegliere l’ambito da colpire; è possibile identificare le nicchie ove si identifica un maggior potenziale. L’analisi di mercato che suggerisce le migliori strategie in campagna elettorale, è in grado di offrire indicazioni similari anche al di fuori della corsa alle urne (se mai l’Italia sia mai stata realmente fuori dalla sempiterna campagna elettorale).

Si può solleticare il proprio elettorato, oppure se ne può trovare di nuovo. Si può provocare la concorrenza, oppure si può cercare semplice presenza all’interno di dibattiti pubblici particolarmente sentiti. In tutti i casi l’hashtag è una scelta consapevole che può farsi occasione o pericolo: dipende dal terreno scelto e dal modo in cui lo si coltiva.

Hashtag come metafora

Dietro la corsa all’hashtag c’è insomma una dinamica che coinvolge l’intero fronte politico e buona parte dell’elettorato. La moda dei comizi con un hashtag stampato a caratteri cubitali potrebbe presto finire, ma nel frattempo ha segnato un momento importante di una evoluzione in atto. Una evoluzione simbolica, metafora stessa dell’evoluzione dei partiti.

Dai grandi ideali alle grandi battaglie, fino alla bagarre di tutti i giorni, anche la comunicazione politica è passata dai grandi libri ai tweet. Se le due fenomenologie non sono mutuamente sostituibili (e potrebbero dunque tranquillamente convivere), in realtà il peso della comunicazione politica si è spostata fortemente sul nuovo codice fatto a cancelletto: una necessità, più che una scelta, ma proprio per questo la metafora si fa ancor più forte e chiara.

La politica degli hashtag è una politica fatta di slogan. Anzi, ne è la maturazione piena e compiuta. La politica che non sapeva più aggregare, è tornata ad aggregare; la politica che non sapeva più coinvolgere, è tornata a coinvolgere; la politica che non sapeva più far interagire la base, è tornata a far interagire la base. Il problema è che anche il ritmo di questi rapporti è mutato in modo radicale: aggregazione, interazione e coinvolgimento durano e valgono quanto un hashtag, diventano top trend come un hashtag e spariscono in un lampo come un hashtag. In assenza di altri strumenti, però, la politica non può fare altrimenti: mai come oggi il medium è il messaggio, ma anche in questo è evidente come la cosa non possa durare. Se un partito vuole davvero aggregare la base, infatti, dovrà saper comunicare se stesso oltre che lo strumento adoperato. Andare oltre l’hashtag sarà pertanto necessario, ma prima dovrà essere esaurito completamente il tentativo. Prima bisognerà sviscerare completamente il cancelletto, capire davvero che non è la soluzione e cercare così altre vie.

Ci sarà un momento nel quale sarà chiaro che l’hashtag può passare in secondo piano (non dovrà sparire, ma nemmeno essere più attore protagonista), e su questo si può azzardare una previsione. Nascerà presto o tardi un partito nel cui simbolo elettorale farà capolino il cancelletto. Sarà probabilmente minoritario, porterà l’hashtag sulla scheda del voto come speranza vuota di richiamo estremo alla crocetta dell’elettore. A quel punto la crasi sarà completa e l’involuzione potrà iniziare.