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Sei di… se: l’Italia su Facebook

Sei di... se. La formula è ormai diventata un mantra su Facebook, laddove i meme si sviluppano rapidamente e l'identità locale sprigiona forti energie.

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Sei di Siena se dici: “fitti come le penne di nana”.
Sei di Bologna se sai che a S.Petronio c’è la meridiana più grande del mondo.
Sei di Mantova se andavi alle feste a Belfiore.
Sei di Frosinone s almen na uota t sie magnat ne begl pertecagli.
Sei di Porto Torres se la dumenigga è bagna cu la carri a ghisaddu pa li maccarroni.
Sei di Ostia Antica se conoscevi Olivia la maga.
Sei di Pirri se hai avuto come bidella signora Bonaria Olla.

La lista potrebbe continuare pressoché all’infinito, coinvolgendo ogni paese e ogni quartiere italiano. Chi frequenta Facebook già ha capito di cosa si tratta: la moda del momento, una piccola bolla attraverso la quale è facile leggere gran parte dell’anima di Facebook (e degli italiani sul social network stesso). Come un prisma che divide la luce nelle sue varie tonalità cromatiche, “sei di… se” consente di capire cosa rappresenti un social networking per molte persone e quali siano i rischi potenziali che si nascondono anche dietro un fenomeno apparentemente ingenuo come questo.

Sei di… se…

Il gioco si sta sviluppando ormai da mesi e poco alla volta penetra capillarmente il social network seguendo un percorso di diffusione di matrice geografica. Semplicemente a un certo punto un utente lancia il mantra e gli amici lo seguono, che sia tramite un semplice passaparola, un gruppo o una vera e propria Pagina. Lo schema è sempre il medesimo: sei di [paese/città] se [condizione]. In realtà la condizione non è mai intesa in modo restrittivo, ma la formula è usata semplicemente per creare regole formali di appartenenza a una community locale, regole che può soddisfare più o meno solo chi ha legami con la località stessa.

Inevitabilmente il fenomeno diventa virale: chiunque su Facebook ha incontrato presto o tardi formule del tipo “Sei di… se”: le ha lette, magari vi ha anche partecipato. Ognuno ovviamente porta avanti la propria declinazione, cercando un dettaglio peculiare della propria comunità locale per descriverlo e farne proprio il senso di appartenenza.

Speciale: Facebook

L’Italia dei campanili e dei “mi piace”

C’è un’Italia che nessuna globalizzazione, nessun bipolarismo e nessuna rivoluzione sociale è in grado di intaccare: è l’Italia dei campanili. Una stratificazione culturale secolare non si abbatte a colpi di logica, dunque non sarà alcuna dinamica moderna a cambiare quel che è il DNA del paese. Nel nuovo fenomeno “Sei di… se” si esprime appieno la natura campanilistica del paese: condizioni sine qua non di appartenenza e di esclusione, confini fittizi e sociali che creano sovrastrutture identitarie. “Sei di… se”, ma ovviamente non lo sei se non hai la possibilità di rispettare questa condizione. E sebbene tali regole non siano chiare e ferree, fanno parte di un patrimonio culturale condiviso che solo una precisa comunità locale sa identificare e condividere.

Conoscere e partecipare per identificarsi, insomma: in una comunità locale così come in qualsiasi comunità su Facebook. In questa dinamica l’Italia dei campanili e l’Italia dei “mi piace” vengono a coincidere in virtù del medesimo interesse: creare e compartecipare gruppi identitari, community, piccole sacche di amicizia in grado di creare un confortevole approdo durante la propria esperienza online. Vivere l’anima di una città, essere parte di un paese, farsi custode delle memorie di quartiere, farsi portabandiera del senso di appartenenza di una frazione: la povertà culturale dell’Italia ha come controcanto l’incredibile attaccamento che gran parte dell’Italia di provincia (soprattutto) ha nei confronti delle proprie radici. Tradizioni, geografia, memoria storica e social networking si fondono all’interno di un passaparola che ha trovato su Facebook il substrato ideale per radicare e svilupparsi.

Sei di… se. Ma attenzione

Facebook conta ormai migliaia e migliaia di pagine o gruppi del tipo “Sei di… se”. Basta un rapido excursus per notare però come tali pagine siano perlopiù disabitate, non aggiornate, spesso e volentieri fuorvianti e piegate ad interessi terzi. Mentre il passaparola viaggia fluido di status in status, le pagine nate per sfruttare il trend sono spesso espressione di persone singole (facilmente deviate verso lo spam), community aperte (non regolamentate, divenute contenitori inquinati di qualsiasi meme) o gangli politici locali. Facendo una rapida somma, si può arrivare a centinaia di migliaia di utenti italiani che hanno già affidato il proprio “mi piace” a una di queste pagine. Così facendo hanno in pratica consegnato la propria bacheca a utenti terzi i quali possono sfruttare questa relazione per promuovere i propri interessi.

Usare Facebook con consapevolezza significa anche saper filtrare le pagine buone da quelle meno buone, togliendo eventualmente a posteriori un “mi piace” attribuito prematuramente. Solo così è possibile tener “pulito” il proprio News Feed, eliminando lo spam e dando maggior rilevanza agli aggiornamenti veramente importanti, dei veri amici o delle vere community.

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