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Perché Facebook ha comprato WhatsApp?

Cosa acquista Facebook da WhatsApp? Molti utenti, molti dati, una struttura più solida, nuovi margini di crescita e nuove prospettive laddove mancavano.

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Sui social network già si scherza sul fatto che WhatsApp è sì a pagamento, ma che pochi centesimi tutto sommato sarebbero bastati. Tuttavia c’è poco da scherzare di fronte a 12 miliardi di azioni Facebook, 4 miliardi cash e ulteriori 3 miliardi in azioni privilegiate: se Facebook ha acquistato WhatsApp per una somma di questo tipo, le motivazioni di fondo debbono essere tanto articolate da sfuggire dalla comprensione di una visione superficiale dell’operazione.

E questo perché di superficiale c’è molto poco. La verità è nel fatto che WhatsApp è cresciuto riuscendo a creare un proprio impero basato su assunti del tutto differenti da quello dei social network tradizionali, interconnettendo le persone sulla base di dogmi nuovi e parametri peculiari. L’incredibile coinvolgimento calamitato e la crescita vorticosa registrata sono soltanto la parte emergente ed i motivi per cui Mark Zuckerberg ha firmato un assegno di questo tipo sono quindi da ricercarsi in una molteplicità di fattori concomitanti.

Perché Facebook ha comprato WhatsApp: crescita

C’è un dato che più di ogni altro spiega cosa sia oggi WhatsApp e come lo sia diventato: dopo 4 anni dalla nascita, nessun servizio online ha mai avuto una crescita di tale portata. Lo schema è quello proposto da Facebook nella propria comunicazione di acquisto agli investitori:

La crescita di WhatsApp

La crescita di WhatsApp

Molto meglio di Skype, ampiamente meglio di Twitter, addirittura meglio di Gmail e della stessa Facebook: a distanza di 4 anni dalla nascita, WhatsApp conta ormai 450 milioni di utenti attivi, il 70% dei quali accede al servizio ogni singolo giorno. La community cresce inoltre al ritmo di 1 milione di utenti al giorno e conta 600 milioni di immagini scambiate ogni 24 ore. Numeri di questo calibro non possono che rientrare nello stesso orizzonte di Facebook, il social network da 1,23 miliardi di utenti.

Si potrà discutere sulla cifra e sull’opportunità, insomma, ma non sul fatto che l’operazione porta nelle mani di Mark Zuckerberg il servizio con la maggior crescita di sempre e con il maggior potenziale mai visto sul mercato online.

Perché Facebook ha comprato WhatsApp: concorrenza

Tale crescita giunge peraltro in concomitanza non casuale con il rallentamento congenito della crescita di Facebook. In molti si sono avventurati nel frattempo in previsioni catastrofiche circa i destini della creatura di Zuckerberg, intravedendo una fine prossima per una bolla pronta ad esplodere definitivamente. Facebook è stato accostato per analogia ad una sorta di virus destinato ad essere debellato, ma quel che non si è considerato è la capacità di adattamento che l’azienda ha maturato.

Il male peggiore per Facebook è stato identificato da tempo nel lassismo con cui le nuove leve abbracciano il network. Sono infatti i più giovani a latitare, attratti da nuove tipologie di scambio relazionale e da diversi sistemi (più rapidi e meno strutturati) di maturazione dei rapporti sociali. Se i gruppi su WhatsApp fanno volumi maggiori rispetto ai gruppi su Facebook, insomma, qualcosa deve per forza significare. L’acquisizione pone a tacere i catastrofisti: WhatsApp, una delle nuove frontiere verso cui sono migrati i più giovani, sventola oggi la bandiera blu di Facebook e riporta dunque nell’ovile le pecorelle smarrite del social networking.

In un modo o nell’altro, insomma, Zuckerberg riconduce a sé coloro i quali per motivi vari hanno scelto una strada diversa: acquistando Instagram prima e firmando con WhatsApp poi. Due validi rivali sono stati acquistati, dimostrando di aver capito che per dominare occorre anzitutto chiudere la strada alla concorrenza. Il tutto ha costi elevati, soprattutto quando si lasciano troppi margini di crescita come nel caso di WhatsApp, ma alla fin fine quel che conta è avere i dati degli utenti da poter gestire. Perché questo è il valore sul quale occorre pesare costi, rischi, opportunità e asset.

Speciale: WhatsApp

Perché Facebook ha comprato WhatsApp: big data

Tutto ruota attorno ai cosiddetti “big data“. Acquistare WhatsApp significa per Facebook far propria una community da 450 milioni di utenti; significa conoscere i contatti di questi ultimi, intersecando i dati con il proprio network per arrivare ad una fotografia più chiara dei rapporti sociali tra i profili attivati; significa poter dipingere un quadro più preciso delle singole identità; significa poter arrivare ad una miglior integrazione tra servizi complementari, migliorando la gestione di contenuti e procedure.

Foto, status, discussioni di gruppo: Facebook non fa proprio soltanto un meccanismo, ma anche un enorme database di informazioni in continua crescita. I “big data” del social network si arricchisce dei “big data” della messaggeria istantanea, trasformando Facebook nella più grande banca dati al mondo. Rischi per la privacy? Come sempre, occorrerebbe ripartire dal concetto stesso di privacy, dalle sue definizioni, dal modo in cui è mutata, dal modo in cui è possibile considerare gravi o accettabili le sue forzature. Di fatto l’operazione non cambia troppo le cose, pur concentrando ulteriore conoscenza nelle mani di un gruppo che di informazioni ne ha già molte di per sé. Di qui all’intravedere violazioni ce ne passa, ma di garanzie non ce ne saranno mai abbastanza: eventuali timori per la privacy degli utenti saranno semplice espressione di una necessaria consapevolezza da rimodularsi alla luce di quanto avvenuto a seguito dell’acquisizione conclusa.

Perché Facebook ha comprato WhatsApp: identità

L’elemento più importante di tutti, e probabilmente fulcro vivo dei motivi che hanno portato le parti ad avvicinarsi, sta nel modo in cui WhatsApp ha cresciuto la propria community. Bisogna partire da un paradosso che fa da cartina da tornasole: Whatsapp per PC non esiste. Perché WhatsApp non ha creato una versione Web della sua preziosa app, sebbene la richiesta fosse altissima e sebbene la cosa abbia limitato la già impetuosa crescita del servizio?

Dietro a ogni utente WhatsApp c’è una scheda SIM. Dietro a ogni utente WhatsApp c’è dunque un elemento solido a definirne l’unicità ed a confermarne l’identità: non si può agire su WhatsApp se non si ha una scheda SIM a fungere da carta di identità, da processo identificativo, da documento in grado di certificare nome, cognome, età e contatti. Ecco perché non esiste una versione PC di WhatsApp: nessun dispositivo desktop dispone di una SIM, il che impedisce la certificazione dell’identità al pari di quanto succede in mobilità. Ed ecco perché la versione PC non è mai stata sviluppata: non era utile ai fini della crescita del valore aziendale, da misurarsi in qualcosa che va al di là della sola somma algebrica degli iscritti.

Da una parte si ha dunque una community da 1,23 miliardi di utenti attivi “virtuali”, la cui identità è autocertificata ed è tratteggiata dalla somma delle relazioni personali che si intrattengono con gli altri utenti; dall’altra c’è una community da 450 milioni di utenti attivi “reali”, i quali agiscono a nome e per mezzo di una SIM card che consente loro di muoversi nel mondo mobile. Dall’intersezione tra i due mondi nasce la nuova realtà, nella quale il valore delle singole identità è più alto rispetto a prima e dove il numero dei dati messi in comune rende ancor più forti i legami tra i singoli account.

A livello immaginifico, è come se Facebook avesse consolidato la consapevolezza dei legami tra gli utenti della propria community, cementando così la struttura su cui si regge l’intero castello. Ne esce un Facebook più forte, con un rivale in meno, con una community più corposa, con più dati a disposizione e con nuovi strumenti per incidere anche nel mondo mobile.

Ecco perché Facebook ha comprato WhatsApp, quindi: per ricominciare l’avventura attraverso il più forte dei rilanci, scommettendo ancora una volta sulla bontà della propria intuizione di network che, dopo aver interconnesso oltre 1 miliardo di persone, si pone ora l’obiettivo di interconnettere anche «il resto del mondo».

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