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Netflix paga ComCast: ko la neutralità della Rete

Netflix paga Comcast per avere accesso diretto con più banda. Ma se on demand e provider fanno questo, cambia Internet.

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Netflix e ComCast hanno firmato un peering agreement. Il grande servizio di streaming on demand e il più grande provider d’america hanno trovato l’accordo dopo mesi di discussione: Comcast si collegherà ai server di Netflix per scaricare sulla propria banda i video della piattaforma e Netflix pagherà per questo servizio speciale. Secondo molti questo significa il funerale della net neutrality.

La questione riguarda la via americana alla trasmissione di contenuti aperta dalla clamorosa sentenza che lo scorso gennaio ha stabilito che la Federal Communications Commission (FCC) non ha un ruolo istituzionale nella regolamentazione delle comunicazioni. La sentenza, che ha dato ragione a Verizon, ha così aperto in quel paese una possibilità impedita (almeno teoricamente) in Europa: creare corsie preferenziali per l’upload di alcuni contenuti invece di altri. Nel caso di Netflix, l’eccezionale consumo di banda di questa piattaforma – sbarcata di recente anche in alcuni paesi europei – che si occupa di streaming on demand di trasmissioni, serie televisive e altri contenuti ad alta definizione, ha sollevato il problema di che senso abbia trattare tutti i dati allo stesso modo quando la Rete ha comunque diversi protocolli.

La complessa spiegazione tecnico-politica dell’accordo è al centro da molto tempo di un’indagine di GigaOM, che all’accordo Netflix-ComCast ha dedicato diversi articoli. In questa trattativa, cresciuta sulle ceneri del vuoto legislativo occorso alla FCC, c’è in ballo il concetto, caro a molti ma in realtà già messo in discussione nella mobilità, della “neutralità della rete”. Questo concetto si basa sul principio che ogni pacchetto dati quando attraversa la Rete ha la stessa dignità. I provider quindi non dovrebbero penalizzare il post di un blog di un qualunque attivista rispetto al video di un gattino su YouTube, non dovrebbero esserci differenze, per non rischiare di produrre discriminazioni online che non esistono negli spazi di espressione della vita offline: genere sessuale, colore della pelle, opinioni politiche, ricchezza o povertà, non c’entrano col diritto di essere trattati allo stesso modo quando si contribuisce a produrre contenuti nella Rete.


I provider però non la vedono così, anzi: ritengono che la net neutrality stia impedendo lo sviluppo economico della Rete e negli Usa questo dibattito si sta orientando sempre più verso una liberalizzazione, ancora nascosta per pudore. Lo si nota leggendo la conclusione del comunicato congiunto di Netflix e ComCast per notarlo:

Collaborando da molti mesi, le aziende hanno stabilito un collegamento più diretto tra Netflix e Comcast, simile ad altri network, che sta già offrendo una migliore esperienza utente per i consumatori, consentendo anche la futura crescita del traffico Netflix. Netflix non riceve alcun trattamento preferenziale di rete nell’ambito dell’accordo pluriennale, i cui termini non sono stati resi noti.

Ovviamente non si vede perché Netflix dovrebbe accettare di pagare ComCast senza avere vantaggi dal punto di vista del consumo di banda, ma al di là dei giochi di parole e della prudenza di società quotate, l’accordo rompe un tabù: fino a ieri, infatti, Netflix utilizzava (e utilizza ancora) diversi metodi per distribuire i suoi contenuti ma tutti con terze parti, mai con interconnessione diretta. Grazie a ComCast, ora la piattaforma dispone di un peering diretto che farà parte del bouchet di offerta, e saranno le diverse opzioni dell’utente finale a determinare su quali server si appoggerà. Tutto questo, in realtà, dovrebbe essere per legge spiegato chiaramente agli utenti, ma al momento non lo fa nessuno, proprio per la situazione legislativa americana momentaneamente carente.

In Europa e in Italia

La net neutrality è vecchio pallino di Neelie Kroes e della commissione europea. Nel vecchio continente è legalmente impedito rompere la neutralità della rete, e i provider – che tra l’altro hanno criticato pesantemente il programma europeo – quando operano in mobilità sarebbero obbligati a spiegare ai loro clienti come gestiscono il traffico, quali contenuti o protocolli eventualmente favoriscono.


Anche in questo caso però il condizionale è d’obbligo: ogni operatore è soggetto soprattutto alle legislazione nazionale e in Italia non c’è nessuna legge sulla net neutrality. Non essendoci neppure leggi, come la SOPA o altre, che avevano individuato nel rallentamento del P2P uno strumento antipirateria, di fatto c’è una situazione di particolare libertà che spesso si tramuta in discrezionalità dell’operatore nel privilegiare un proprio servizio rispetto ad un altro. L’esperienza con il VoIP su certi provider è piuttosto nota.

Se i provider avranno la meglio, Internet sarà un broadcast

Se la tendenza americana dovesse per qualche ragione espandersi anche in altre regioni del mondo, Internet potrebbe diventare un broadcast come un altro, solo un po’ speciale. Questa è l’accusa delle fondazioni e associazioni per una Rete open che da tempo sottolinea questo pericolo, esplodo anche dal punto di vista monopolistico dopo l’acquisizione di Time Warner da parte proprio di Comcast. Sull’altro versante, ci sono i consumatori, disposti a pagare di più per avere un servizio di qualità, e questi soldi servirebbero a mantenere la rete stessa e magari a finanziare progetti contro l’esclusione digitale. Argomento parecchio delicato: libertà a qualità altalenante, oppure stratificazione dei servizi, una Rete di serie A e una di serie B?

Fonte: WSJ • Notizie su: , ,