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Ecco il decreto anti webtax

Pubblicato in Gazzetta il decreto che cancella l'obbligo di partita iva. Eppure molti sostenevano il contrario. Chi non digerisce le cose positive?

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Il Decreto firmato in Consiglio dei ministri il 28 febbraio che ha abrogato la webtax è stato finalmente pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Il DL 16/2014, il cosiddetto “salva Roma”, scioglie definitivamente il nodo sulla questione tecno-fiscale più dibattuta degli ultimi anni e smentisce chi aveva sostenuto che in realtà questa legge fosse tornata sotto mentite spoglie. Non c’era ragione di crederlo, sarebbe bastato leggere i documenti, invece la webtax ha continuato a occupare alcuni giornali e lanci di agenzia, come un fantasma: per quale ragione?

Quando Matteo Renzi aveva rassicurato, nelle ore che precedevano la conferenza stampa sul CdM n.4, che la webtax sarebbe stata cancellata, si erano subito prodotti dei trend topic su Twitter e parecchia rinnovata attenzione sul tema, capace come pochi di spaccare l’opinione dei commentatori e degli influencer della Rete. Pur essendo complicata la ragione tecnica che aveva costretto il presidente del Consiglio a decretare con urgenza per evitare che entrasse inaspettatamente in vigore (aveva a che fare con il ritiro del precedente salva Roma che conteneva l’articolo a sua volta importato dal Milleproroghe), una volta spiegata non si sarebbe dovuto aggiungere altro. Invece nella settimana successiva alla notizia alcuni giornali hanno insistito nel sostenere che la webtax era tornata. Il testo del decreto all’articolo 2 chiarisce che invece il comma 33 della legge di stabilità – quello che obbliga chi intende acquistare servizi di pubblicità online ad acquistarli da soggetti titolari di una partita IVA rilasciata dall’amministrazione finanziaria italiana – è cancellato:

Art. 2 – Ulteriori modificazioni alla legge 27 dicembre 2013, n. 147:
1. All’articolo 1 della legge 27 dicembre 2013, n. 147 sono
apportate le seguenti modificazioni:
a) il comma 33 e’ abrogato;

Il mito della delega fiscale

Nonostante le premesse, alcuni giornali e persino agenzie stampa hanno sostenuto nella settimana successiva al CdM che la delega fiscale approvata lo stesso giorno in Senato faceva rientrare in gioco la webtax. Una tesi completamente infondata, sarebbe bastato leggerla con attenzione e soprattutto considerare la natura di quel testo, nato come emendamento approvato all’unanimità lo scorso autunno alla Camera: impossibile che tutte quelle parti politiche e i simpatizzanti potessero da un lato criticare la webtax e poi votarne una sua versione nascosta.


Webnews ha raccontato per primo la relazione tra l’abrogazione della webtax e il punto (i) dell’articolo 9 della delega fiscale, che non è affatto in continuità, ma rappresenta una interessante base di appoggio per una futura attività legislativa. Nella delega il governo si impegna a prendere tutte quelle iniziative necessarie a creare sistemi di tassazione delle attività transnazionali «in linea con le raccomandazioni degli organismi internazionali e con le eventuali decisioni in sede europea», non da soli. Nulla a che vedere con la webtax, che invece immaginava una via italiana alla risoluzione del profit shifting.

L’indiscrezione sulla sospensione


Un altro argomento contro Renzi e la sua iniziativa è stata l’indiscrezione, causata da una bozza del decreto che ha girato per le redazioni, che in realtà il comma 33 fosse stato soltanto rimandato al parere dell’Europa e non veramente cancellato. Invece di attendere la pubblicazione in Gazzetta, si sono scatenate critiche verso la «propaganda di Renzi» e verso i titoli dei giornali che avevano data per cancellata la webtax. Molti giornalisti, che pure non hanno seguito la traccia della bozza – risultata inesatta – erano comunque preoccupati di essere stati un po’ strumentalizzati. Ma anche in questo caso si trattava di una palese forzatura, visto che assai difficilmente Renzi avrebbe potuto spacciare una sospensione per l’abrogazione: sarebbe stato smentito soltanto pochi giorni dopo. A che pro?

Il fastidio per le buone notizie

Sulla webtax si è notato, in modo piuttosto clamoroso, il doppio scopo di una parte del sistema informativo: speculare su un tema che porta molti click; trovare in ogni modo lo spunto per attaccare un politico per propria linea editoriale. Pur essendo comprensibili entrambi, questi comportamenti hanno creato il paradossale rifiuto ad accettare una cosa positiva per quella che è. Anche per questo la pubblicazione ufficiale del decreto era diventata importante. E naturalmente lo sarà anche la discussione in Parlamento, perché nella conversione del decreto in legge i partiti potranno presentare i loro emendamenti, che potrebbero ad esempio interessare gli altri due commi, il 177 e il 178, del testo della legge di stabilità.

Transfer pricing: tenere o emendare?

I commi 177 e 178 della legge di stabilità che il decreto 16 non ha abrogato non sono mai stati il cuore della webtax: ciò che aveva sempre lasciato perplessi i detrattori erano l’obbligo dell’acquisto tramite partita iva italiana, l’imprecisione nella definizione di “pubblicità online”, “centri media”, “operatori terzi” e il profilo di incompatibilità con la normativa comunitaria in materia di libertà di circolazione di beni e servizi. Tutto questo aveva suggerito al governo Letta la sospensione al 1° luglio 2014.

Discorso diverso invece per quella parte in materia di transfer pricing per le società operanti nella raccolta di pubblicità online. Per determinare il reddito di impresa relativo alle operazioni di queste web company è previsto che debbano utilizzare indicatori di profitto diversi da quelli applicabili ai costi sostenuti per lo svolgimento della propria attività. In parole semplici: invece dell’obbligo di partita iva, si parla di obbligo di strumenti di pagamento idonei a consentire la piena tracciabilità delle operazioni e a veicolare la partita IVA del beneficiario.

Secondo Roberto Scano, che ha depositato come presidente di IWA Italia una denuncia a Bruxelles sulla webtax – appena aggiornata con la notizia del decreto, ma che ha deciso di non ritirare attendendo il parere europeo – questi commi potrebbero essere tranquilamente cancellati in Aula:

Come presidente IWA direi che sono soddisfatto dell’iniziativa del premier, che ha rispettato quanto ha twittato al termine del Consiglio dei Ministri. Ora è importante che tale impegno sia garantito anche dal parlamento, magari spingendosi oltre sino alla totale rimozione di quei commi relativi alla tracciabilità che pongono un inutile onere sia alle imprese che all’amministrazione finanziaria considerato che per l’advertising online vengono già emesse fatture che vengono trattate dalle aziende con comunicazione Intrastat. Tutte le ipotesi di milioni di euro di entrate decadono con il comma 33, pertanto è inutile mantenere tutto il carrozzone della tracciabilità aggiuntiva a quella già prevista sia da leggi che dal buon senso.

Fonte: Webnews • Immagine: Palazzo Chigi • Notizie su: ,