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Netcomm: la legge su epayment non basta

Roberto Liscia, presidente di Netcomm, preme per l'abolizione dell'uso del contante, ma avverte: senza incentivi i vincoli creano nuovi flussi paralleli.

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Se c’è qualcuno che ha pieno interesse affinché anche in Italia si parli seriamente di cashless way questo è Roberto Liscia, presidente di Netcomm, il consorzio italiano delle imprese che fanno commercio elettronico. Più pagamenti elettronici, più mercato elettronico. Ma la proposta di legge alla Camera sull’epayment non può bastare: è questione di abitudini e di scelte di agenda digitale.

Netcomm ha appena tenuto un convegno sull’epayment e si è guadagnato anche il Sigillo Europeo per l’e-commerce (l’EMOTA: European Trust Mark), che andrà ad aggiungersi ai suoi sigilli di qualità. Il settore del commercio elettronico, per quanto importante, consolidato anche Italia, è straordinariamente ostacolato dallo scarso utilizzo dei mezzi di pagamento elettronici. A Webnews, Liscia racconta brevemente le statistiche dalle quali partire e le prospettive.

Netcomm ha pubblicato soltanto negli ultimi due anni molti report sulla crescita dell’e-commerce. Perché sui pagamenti elettronici le percentuali sono meno entusiasmanti?

L’Italia è il paese più arretrato del mondo occidentale sulle transazioni in denaro. Sembra una frase esagerata, un clichè, invece è proprio così. Il più arretrato, numeri alla mano. Credo basti questo per capire di cosa si sta parlando. Sulle carte di credito cresciamo poco, un po’ di più sui bancomat e home banking. Chiaro quindi che tutte le azioni che vanno nella direzione di diminuire l’uso del contante e incentivare il pagamento elettronico vedranno sempre Netcomm favorevole.

Avete anche calcolato il costo per la collettività dell’uso del contante fisico?

Certo: è di un miliardo di euro l’anno.

La legge depositata alla Camera da Sergio Boccadutri potrebbe essere utile? Forse è unicamente concentrata sulla tracciabilità del denaro per la lotta all’evasione fiscale?

Il nostro consorzio sta sostenendo con forza l’accettazione degli strumenti di pagamento digitali da parte delle amministrazioni e dei servizi pubblici, così come previsto nel decreto crescita. La ragione è proprio questa: non è soltanto – anche se è importante – questione di evasione fiscale, ma anche di trasparenza nei rapporti tra cittadini e Stato, di sviluppo del commercio elettronico, con tutto il suo potenziale economico e in termini di posti di lavoro. Il limite, il vincolo all’uso del contante, di per sé può persino alimentare nuovi flussi paralleli.

In che senso? Nuova evasione o elusione?

Diciamo che i vincoli non sono sufficienti. Di fronte al limite nell’uso del contante il cittadino può essere portato a utilizzare altri flussi paralleli, usando altri metodi, oppure altre monete, come i Bitcoin. In tempi di crittovalute, ci vuole un’azione forte sulle abitudini altrimenti è complicato.

Una vecchia battaglia del settore del commercio e dell’impresa: aumentare le detrazioni per riequilibrare il “contrasto di interessi”?

Senza dubbio. Anche i meccanismi fiscali dovrebbero, secondo me, far parte di un progetto sulla limitazione del contante e l’uso dei pagamenti elettronici. Le questioni sono tre: fare in modo che chiunque possa pagare con la carta qualunque cosa; fare in modo che questo non costi molto a chi la usa e a chi la accetta; invertire fiscalmente la dinamica di sfiducia reciproca tra cittadino e Stato. Se non si agirà sulle abitudini instaurando dei meccanismi virtuosi, temo che il limite ai 500 euro non sarà sufficiente, anche se è sulla strada giusta.

Fonte: Webnews • Notizie su:
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