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Francesco Caio e il decreto che non c’è

L'agenda digitale è in mano a Renzi, ma sul commissario uscente emerge un pasticcio: la nomina di Caio è incompleta, dunque decade tutto.

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La questione Agenda Digitale e Agenzia Digitale è ormai questione assolvibile soltanto da Matteo Renzi. La ragione è che, in assenza di un sottosegretario, Palazzo Chigi ha in qualche maniera implicitamente riammesso il modello Letta del Commissario all’Agenda Digitale. La vicenda è nota: Francesco Caio ha lavorato in questi nove mesi per il governo per identificare le priorità, ma ora che il mandato, legato al governo precedente, può dirsi concluso, emerge un problema clamoroso. Il Decreto sembra non essere mai stato pubblicato, anche se valido negli atti risulta quindi inefficace. Renzi non dovrà dimettere il Digital Champion, insomma, perché l’Italia in realtà non ne ha mai avuto uno.

Il paese ha bisogno di un direttore d’orchestra sull’agenda digitale, ormai tutti sono concordi. Per questa ragione si è lavorato in questi mesi senza attendere l’Agenzia digitale bensì creando un tavolo di attuazione dell’agenda al capo del quale l’allora presidente del Consiglio Enrico Letta mise Francesco Caio. Un nome importante, che venne annunciato in pompa magna. Da quel momento Palazzo Chigi aveva il tavolo e Mr. Agenda, ma ci sono stati altri due decreti: quello che ha istituito la struttura di missione (in luglio) e quello che in settembre ha fornito a Caio il nucleo di supporto, i famosi “apostoli”. In entrambi i casi si tratta di strumenti legati al mandato di Caio, a sua volta scaduto con il cambio di consegne che ha portato Matteo Renzi al governo.

Nove mesi di Mr. Agenda

Tutto è cominciato nel giugno 2013, quando il governo Letta ha istituito con decreto la cabina di regia per l’Agenda digitale. Una governance strettamente legata a Palazzo Chigi come soluzione all’enpasse che si era creata e che prevede all’articolo 13 tutta l’architettura che fin qui si è adoperata sul tema: la cabina di regia interministeriale con a capo il presidente del Consiglio, un tavolo permanente per l’innovazione e l’agenda digitale italiana. Il 13 giugno 2013 Letta annunciava che Francesco Caio sarebbe stato Commissario per l’attuazione dell’agenda digitale, quindi a capo della cabina di regia appena istituita.

Poche settimane dopo, Letta emana un altro decreto, quello sul nucleo di supporto a Caio, composto da una dozzina di persone, molto note nell’ambiente dell’innovazione, a supporto delle decisioni del commissario. Al 30 settembre 2013 non manca più nulla: tavolo, cabina, commissario, persone di fiducia e rapporto stretto con il governo per accellerare sui ritardi mostruosi accumulati sui temi dell’infrastruttura di rete, del digital divide, della digitalizzazione della pubblica amministrazione.

Il lavoro di Caio

Il lavoro di Francesco Caio ha portato ad alcuni primi, timidi, risultati. L’individuazione delle priorità dell’agenda per il 2014/2015, e l’indagine sulla banda larga, attuata dal commissario insieme a Gerard Pogorel e Scott Marcus, che ha portato poi alla presentazione del Rapporto Caio: probabilmente il report definitivo sul digital divide italiano, soprattutto per le scadenze che si è dato.

Manca il decreto Caio

In questa vicenda però c’è una mancanza clamorosa: non si trova il decreto di nomina di Francesco Caio. Per controllare i riferimenti normativi basta andare sulla pagina del Senato che conserva il decreto di luglio sulla struttura di missione per scoprire che il collegamento al fantomatico decreto del 28 giugno 2013 non porta ad alcun risultato. Nell’archivio della Gazzetta Ufficiale non c’è. Una svista? Purtroppo no: anche la pagina web del Governo sulla struttura di missione, nella sezione Trasparenza (ironia della sorte) non riporta il decreto, che pure viene citato. Ogni ricerca ha portato agli stessi risultati: il decreto Caio non c’è. Come inesistente, una sorta di decreto fantasma. Una spiegazione possibile è che sia stato perso – a volte succede, a volte la Funzione Pubblica seppellisce i decreti ministeriali per mesi – e siccome Caio non è mai stato pagato per il suo incarico per la Corte dei conti non è certo un problema. Tuttavia in quanto a trasparenza, la vicenda del Digital Champion lascia a desiderare: il cittadino può sapere molte cose dell’agenda digitale, ma è impossibile trovare il decreto che ha nominato la persona più importante che se ne è occupata per nove mesi.

Le conseguenze legali

Questa vicenda burocratica all’italiana ha però delle conseguenze: se davvero il DPCM su Caio non è mai stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale (non se ne trova traccia nell’archivio) significa che la nomina è, per dirla come gli avvocati, «valida ma inefficace». Valida perché il decreto è stato emanato seguendo la procedura richiesta, ma al contempo inefficace perché manca l’ultima fase di integrazione dell’efficacia normativa. Questo significa che, per esempio, i consulenti pagati per l’attuazione dell’agenda digitale (si trovano qui) hanno ricevuto soldi pubblici per lavorare secondo i dettami di decreti che poggiavano su un decreto mai pubblicato, quindi non efficace. Punto di domanda anche sulla validità degli atti stessi firmati dal commissario. Insomma, un bel pasticcio.

Renzi ha le mani libere

Nulla di grave, se si vede la cosa con pragmatismo. Caio non è costato nulla, sugli altri decreti c’è l’ok della Corte dei conti, tutto lo schema sull’attuazione dell’agenda andrà messo in mani nuove dal nuovo presidente del Consiglio. La vicenda sarà una bella notizia proprio per Renzi: ha le mani libere da tutti i punti di vista. Se il Digital Champion non c’è, ovviamente, non occorre rimuoverlo. Né occorre pagar dazio per gli strascichi di un qualche tavolo che agli atti non risulta. Per il nuovo presidente del Consiglio si tratta di lavorare su una tabula rasa. L’Agenda Digitale, insomma, appare oggi come una lavagna pulita, un foglio bianco sul quale poter ricominciare a scrivere.

L’intergruppo parlamentare


Intanto, mentre si cerca di capire come sarà la fase-Renzi dell’agenda, si è formato un gruppo parlamentare trasversale di deputati e senatori esperti del tema. Lo ha annunciato il suo ideatore, Stefano Quintarelli. L’agenda digitale ha infatti bisogno di stimoli parlamentari, anche di watchdog sul tema. Considerando la sorte del decreto Caio, ce n’è davvero molto bisogno. E se il Digital Champion appare come un fantasma che non ha lasciato traccia del proprio passaggio in alcun decreto,  ora si potrà e dovrà mettere in campo qualcosa di più concreto. Con persone, e fatti, reali.

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