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Google, Turchia e la censura su YouTube

Il governo turco chiede a Google l'eliminazione di alcuni filmati in streaming su YouTube, ma il gruppo di Mountain View risponde con un secco "no".

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Nel fine settimana si è tornati a parlare delle forme di censura messe in atto dal governo turco nel tentativo di mantenere sotto controllo le forze di opposizione, che nei giorni precedenti già avevano portato al blackout di Twitter (da aggirare facilmente con un cambio di DNS), in seguito alla comparsa di accuse rivolte ad alcuni dei principali rappresentanti del paese. Questa volta la Turchia ha chiesto a Google di togliere da YouTube alcuni video contenenti critiche nei confronti del primo ministro.

Il gruppo di Mountain View ha risposto con un secco “no”, affermando che i filmati in questione non violano in alcun modo i termini di utilizzo della piattaforma, dunque hanno tutto il diritto di restare online e visibili ai navigatori. Stando alle informazioni disponibili in Rete, una delle clip in questione vedrebbe Recep Tayyip Erdoğan spiegare a suo figlio come occultare il denaro per nasconderlo agli occhi degli investigatori durante le indagini. Una registrazione che lo stesso politico ha già definito “fake”, ovvero un falso realizzato da chi vuole metterne l’immagine in cattiva luce, ancora disponibile per lo streaming. Questa la posizione di Google assunta dopo la richiesta, riportata sulle pagine del Wall Street Journal.

Sosteniamo una Rete libera e aperta in tutto il mondo e siamo preoccupati ogni volta che si presenta una minaccia di questo tipo.

Per il momento non sembra esserci all’orizzonte un ban della Turchia anche nei confronti di YouTube, ma il portavoce di bigG interpellato non esclude del tutto l’ipotesi. Un timore tutt’altro che infondato, soprattutto se si tiene in considerazione quanto avvenuto negli anni scorsi. Nel 2010 il paese rese inaccessibile il portale in seguito alla pubblicazione di un video in cui veniva accostato il termine “gay” al nome di Mustafa Kemal Atatürk, fondatore e primo presidente della repubblica tra gli anni ’20 e ’30.

Fonte: The Wall Street Journal • Notizie su: ,