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Startup, attenti alla fuffa

Quattro protagonisti dell'ecosistema startup italiano danno le loro raccomandazioni agli startupper per evitare brutte sorprese.

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Prima o poi doveva accadere. Il mondo delle startup italiane è diventato grande, e la maturità porta con sé anche la scoperta dell’altra faccia delle cose. Da qualche tempo si contano sui media nazionali – accanto al termine startup, che si è più che decuplicato negli ultimi due anni – termini come “truffa”, “trappola”, “bolla”. Alcuni recenti casi hanno riempito i giornali e prossimamente anche i tribunali: startupper che denunciano di essere stati truffati, investitori coinvolti in imprese fallimentari. È allarme startup, in Italia? Calma e gesso.

Un anno fa Webnews ha raccontato come l’Italia non possa essere ingenuamente considerata il paradiso delle startup. Questo ovviamente senza disprezzare le ottime norme messe in campo dal MISE con la legge 221 e tutti gli incentivi e le possibilità successive, dagli sgravi fiscali all’equity fino alla startup visa per gli imprenditori stranieri. L’ecosistema, tuttavia, si è talmente evoluto – e positivamente – che assomiglia sempre più al mondo dell’impresa, del rischio, in tutto il paese. Pregi e difetti. Era necessario questo risveglio dal clima di entusiasmo, a volte infantile, a volte interessato? Di certo Emil Abirascid, Federico Barilli, Marco Villa e Francesco Inguscio non sono sorpresi: loro l’hanno sempre saputo.

  • Emil Abirascid
    «Il problema viene da chi considera le startup come veicolo promozionale per sé stesso».
  • Federico Barilli
    «Il sistema startup italiano […] è sano ed è in pieno sviluppo».
  • Marco Villa
    «Se hai messo le tue risorse, ok, altrimenti presentami chi le ha».
  • Francesco Inguscio
    «Nelle corse all’oro hanno sempre guadagnato complessivamente di più quelli che costruivano le pale».

Parola magica: track record

Emil Abirascid è l’Obi-Wan Kenobi del mondo delle startup in Italia. In lui, racconta Inguscio, «scorre potente la forza». Giornalista e movimentatore, si occupa di startup da almeno dieci anni, cioè sette-otto anni prima che diventasse un tormentone. All’epoca tutti lo guardavano come fosse un alieno. Fondatore di Startup Business, gira il paese per ascoltare startup, i loro pitch, promuove premi, eventi, sostiene i luoghi e le competenze legate all’impresa innovativa. Se qualcuno gli chiede cosa raccomanda agli startupper, ripete tre volte la stessa cosa:

Track-record, Track-record, Track-record. Lo startupper deve imparare a valutare mentre viene valutato, come si fa nella vita: studiare l’interlocutore.

Emil Abirascid.

Emil Abirascid.

Non è questione di mancanza di fiducia, per Emil il mondo startup è più che sano:

C’è molto can can, lo sappiamo, lo dico da sempre. Però è sopravvalutato, facendo più rumore sembra siano tanti. Posso assicurarlo: verificare chi crea plusvalore, chi lavora bene con le startup, si concentra sul lavoro e spende le proprie risorse, non è difficile. Il problema viene da chi considera le startup come veicolo promozionale per sé stesso, ma sono personaggi e fattori che non pesano tantissimo nell’ecosistema, che è molto solido.

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Il sistema è sano, ma anche nano

Federico Barilli è segretario di Italia Startup, l’associazione che raggruppa in forma istituzionale l’ecosistema startup italiano e ha avuto un ruolo di primissimo piano nella nascita, ai tempi del ministro Passera, del progetto Restart Italia. Se Emil Abirascid rappresenta al massimo della credibilità il movimentatore, Barilli rappresenta allo stesso livello l’istituzione. Interrogata anch’essa dall’evoluzione del sistema in cui opera, dato che sono soci dell’associazione sia le startup (definite nel nuovo statuto che verrà approvato il prossimo 18 luglio come “giovani imprese innovative ad alto potenziale di crescita”), sia i soggetti che ne sostengono lo sviluppo, cioè incubatori, investitori e aziende.

L’ecosistema startup è maturato al punto di essere considerato ormai mainstream, oppure le sue dimensioni reali sono circoscritte rispetto alla forte presenza mediatica?

Il sistema secondo me è molto vicino alla piena maturazione. C’è una spia che indica chiaramente come il processo sia ormai consolidato ed è l’attenzione crescente dell’industria italiana (manifattura e servizi) verso il nostro ecosistema. Ritenuto, nelle sue eccellenze, come ambito privilegiato dell’innovazione di frontiera, sia di processo che di prodotto.

Federico Barilli, segretario di Italia Startup.

Federico Barilli, segretario generale di Italia Startup.

Privilegiato, ma non tanto dal trovarsi esentato dalle brutte sorprese. Una community ristretta, secondo Barilli, ha anticorpi forti e Italia Startup può essere di aiuto.

La dimensione ancora ristretta, le tante buone pratiche che sono ormai consolidate, la filiera – che va dalla prima selezione (early stage) ai round di investimento più robusti – ben strutturata. Tutto questo è una buona difesa. A chi vuole provare a fare impresa suggerisco di conoscere più da vicino questa filiera, di entrare in contatto – anche tramite l’associazione – con i soggetti più credibili, incubatori in primis, ma anche investitori, aziende, spazi di coworking, diciamo “abilitatori” per usare un termine più complessivo, e di avviare il proprio progetto con la consapevolezza dei diversi attori che popolano questo ecosistema e del ruolo che giocano.

La questione a cui tiene di più è sostenere la salute dell’ecosistema e rafforzare il concetto con qualche dato che deve spronare a fare meglio:

Il sistema startup italiano e internazionale, nei suoi fondamentali, è sano ed è in pieno sviluppo. I casi di successo sono tanti, così come i posti di lavoro creati ex novo, in Europa come in Italia. Il nostro Paese soffre ancora di nanismo, quanto a investimenti in startup, se comparato con sistemi più evoluti e con una storia più consolidata, come gli Stati Uniti o Israele. Ma ha un punto di forza che può essere decisivo per il suo sviluppo: il grande patrimonio dell’impresa italiana, del made in Italy, e non solo. Patrimonio che è fatto di prodotti, di servizi, di investimenti e di capitale umano, e che necessita, come il pane, di modelli innovativi. È un’opportunità unica che va giocata in chiave di prodotti e servizi cosiddetti “business to business”, in una logica positiva sia per il sistema industriale consolidato che per quello emergente. L’uno in grado di contaminare l’altro e di portare innovazione complessiva a tutto il sistema.

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Gli angel investor ai raggi X

Marco Villa vuol dire IAG (Italian Angels for Growth), l’associazione di angel investor (più di 120) che entrano su invito di qualcuno già conosciuto. Altrimenti è lui a passarli ai raggi X. Se Emil raccomanda di valutare l’investitore, una buona idea potrebbe essere parlare con un investitore già valutato in precedenza e che risponde a una associazione alla quale ha fornito le sue credenziali.

In IAG, ma in generale nel mondo degli angel, c’è un po’ di tutto. L’età va dai 34 ai 75 anni, ci sono giovani imprenditori, magari in transition, che vogliono restare in contatto col mondo dell’innovazione, e ci sono imprenditori di successo che non vogliono andare in pensione e vogliono restare aggiornati, con un’attitudine – che vedo soprattutto negli americani – di investire in quel che si crede per un senso introiettato di “give back”, restituire in parte alla società quel che si è ricevuto professionalmente.

Marco Villa, vice presidente di IAG.

Marco Villa, vice presidente di IAG.

Mentre parla, scorre alcune slide sui dati degli investimenti in startup rispetto al PIL. L’Italia è penultima, fa peggio soltanto l’Ungheria. Di che stupirsi?

Questo è un altro dato che mi fa pensare che tutto il gran parlare attorno alle startup in Italia sia sproporzionato. La verità è che attualmente si investe pochissimo nelle startup, non girano tutti questi soldi, è bene dirlo. I francesi sostengono che se vuoi spostare un asset nazionale la riduzione fiscale degli investimenti e l’allocazione delle risorse deve essere uguale o superiore al 35%. In Italia è molto inferiore, quindi non c’è da aspettare una esplosione. Qualche trappola ci sarà sempre, ora che è diventato mediaticamente mainstream, ma lo affermo senza timore: l’ecosistema startup italiano, rispetto a qualunque altro ambito, è il migliore che abbia mai frequentato, e di diverse spanne.

La raccomandazione agli startupper? Villa riprende il concetto di Emil:

Affidarsi al track record, certo. C’è una domanda che ogni startupper dovrebbe fare a chi gli propone di entrare in quota: “Tu cosa hai messo nelle startup, fino ad oggi? Sono soldi tuoi?”. Per me è dirimente: se hai messo le tue risorse, ok, altrimenti presentami chi le ha, non mi accontento di sentirti dire che li conosci.

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Chi fa le pale, chi cerca l’oro, chi neppure sa cos’è

Francesco Inguscio oggi è “rainmaker and CEO” del venture accelerator Nuvolab e coltivatore della rainforest dell’innovazione italiana. Bisogna specificare “oggi” con questo 32enne sempre in movimento, perché il suo curriculum è la più convincente prova del motivo per cui questa serie di interviste si conclude con lui. Economista, pitcher compulsivo quando aveva poco più di vent’anni e già brevettava idee, dopo aver collaborato con la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, dove ha conseguito cum laude un master in Innovation Management, ha ottenuto un Master in Technology Entrepreneurship presso la Santa Clara University, ha vinto la startup competition Mind The Bridge 2010 a Stanford con VRMedia, uno spin-off dei tempi pisani. Poi la Silicon Valley, dove è stato managing director del Business Development dello startup incubator M31 USA, business development manager in USMAC e dealflow manager nel business angel network The Angels’ Forum. È stato inoltre partner in Enlabs, un incubatore di startup software a Roma, e consulente presso IBM GBS, Accenture Business Consulting e Prometeia. Qualche tempo fa ha scritto un articolo straordinariamente brillante per il Corriere Innovazione, nel quale ironizzava (ma neanche tanto) sulla startup come “buzzword” e si aiutava con una originale metafora mineraria.

Secondo Inguscio si è di fronte a una nuova corsa all’oro:

Nelle corse all’oro hanno sempre guadagnato complessivamente di più quelli che costruivano le pale piuttosto che i minatori, è inevitabile. La ragione è presto detta: anche nella corsa alla startup c’è un fattore di debolezza. Non tutti i giovani imprenditori lo sono per scelta, gran parte di loro non saprebbero cos’altro fare.

Francesco Inguscio.

Francesco Inguscio.

Forse nessuno ha seppellito (per restare nel campo semantico) con più crudeltà lo stile cool di chi sostiene che se non hai un lavoro devi inventartelo. Le cose, purtroppo, non sono così semplici e forse è proprio lì che si annida la trappola. Nei wannabe.

Posso sembrare cinico, darwinista, ma credo che dei casi di qualche startupper caduto in una truffa non ci sia nulla da stupirsi. Per mestiere ascolto startupper tutti i giorni, li aiuto, accelero le imprese già nate e testate sul mercato per far fare loro il passo successivo; bisogna ammetterlo: non è solo questione di persone in malafede, è che molti neo imprenditori semplicemente non ci sono portati. Calarsi nei panni di uno startupper è un’esperienza che mi ha permesso di riconoscere gli effetti distorsivi della crisi, della forte disoccupazione giovanile, che hanno prodotto la startup come status symbol e una pletora di qualcosatori che organizzano eventi, attraggono sponsor, fondi pubblici. Allora dico allo startupper: “Se sei invitato a un evento dove parli e mangi gratis, la merce, l’affare… sei tu”.

Come uscirne? Prima di tutto considerando questi fenomeni come fisiologici e non patologici.

Quello di cui parlo è fisiologico, la patologia sono i truffatori e quelli pagheranno se dovranno pagare. In ogni caso sono ovunque, in tutti i settori, anch’io penso che l’ecosistema non corra pericoli specifici, anzi. La raccomandazione è una versione moderna del vecchio motto “dare soldi, vedere cammello”: No Rain – No Gain. Così come essere uno startupper non è un lavoro come gli altri, anche essere qualcuno che lavora con le startup non è banale, non lo possono fare tutti. Uno startupper che voglia evitare brutte sorprese deve chiedere di vedere prima i risultati. Premiando, così, chi vuole fare business “con” le startup e non “sulle” startup.

Lo scrittore e storico inglese Thomas Fuller scrisse: «Chi vuol navigare finché non sia passato ogni pericolo non deve mai prendere il mare». Si aggiunga una postilla: si impari prima a nuotare.

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