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Aaron Swartz, il film: la vita del genio triste

In un film finanziato dalla community in Rete un film sulla storia di Aaron Swartz: la sua genialità fu al servizio di una causa che diede troppo fastidio.

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C’era una volta un ragazzo molto intelligente e molto libero, che invece di mettere le sue capacità al servizio del Re le mise al servizio di tutti gli altri. Per questo cercarono di rinchiuderlo per sempre. La storia di Aaron Swartz è una favola triste, di un autentico genio altrettanto triste, almeno nei suoi ultimi anni di vita, schiacciato a soli 26 anni dall’angoscia di una persecuzione legale raccontata ora in un film. Il biopic di Brian Knappenberger, “Internet’s Own Boy”, è online da pochi giorni, visibile gratuitamente da chiunque perché finanziato con il crowdfunding. Come sarebbe piaciuto a Swartz.

Nei 104 minuti del film di Knappenberger (autore anche del famosissimo “We Are Legion”, il documentario sul gruppo Anonymous), viene ricostruita la vita di Aaron fin dai tempi in cui, poco più che bambino e adolescente, aveva dato il suo contributo alla Rete stabilendo gli standard Rss, costruendo Reddit, lavorando ai tempi dell’università per il Creative Commons. Le testimonianze degli amici, di chi lo aveva conosciuto, di personaggi molto famosi come Lawrence Lessig, il professore ad Harvard, acceso giurista della Rete, Tim Berners-Lee, si alternano a riprese di documentazione pubblica e registrazioni di trasmissioni televisive, secondo lo stile del documentarismo all’americana nel quale i materiali si mescolano nella grammatica visuale.

La storia del suicidio

Il film parla anche e soprattutto del suicidio del giovane programmatore, ma ha il merito di non scadere in nessuna delle facili retoriche che un argomento del genere trascina con sé. Niente agiografia, niente indignazione un tanto al chilo, ma una precisa e fortissima denuncia del meccanismo e delle ragioni che hanno portato Swartz a quel gesto. Il momento preciso quando il ragazzo, già attivista da tempo sul tema dei diritti all’informazione, scaricò oltre quattro milioni di documenti dalla biblioteca online del MIT, gesto che l’ha portato sul banco degli imputati con una richiesta pesantissima: un milione di dollari di multa e 35 anni di carcere.

Questo è il punto nodale, la svolta che produsse un manifesto, il Guerrilla Open Access (tra l’altro scritto durante un soggiorno in Italia) che ha un incipit che, secondo la tesi del film, gli costò caro:

L’informazione è potere. Ma come con ogni tipo di potere, ci sono quelli che se ne vogliono impadronire. L’intero patrimonio scientifico e culturale, pubblicato nel corso dei secoli in libri e riviste, è sempre più digitalizzato e tenuto sotto chiave da una manciata di società private. (…) Tutti voi, che avete accesso a queste risorse, studenti, bibliotecari o scienziati, avete ricevuto un privilegio: potete nutrirvi al banchetto della conoscenza mentre il resto del mondo rimane chiuso fuori. Ma non dovete – anzi, moralmente, non potete – conservare questo privilegio solo per voi, avete il dovere di condividerlo con il mondo. Avete il dovere di scambiare le password con i colleghi e scaricare gli articoli per gli amici. Tutti voi che siete stati chiusi fuori non starete a guardare, nel frattempo. Vi intrufolerete attraverso i buchi, scavalcherete le recinzioni, e libererete le informazioni che gli editori hanno chiuso e le condividerete con i vostri amici.

Il film

Un Pasolini di Internet

L’intuizione di Swartz era e rimane notevole: la digitalizzazione della conoscenza porta a una paradossale restrizione dell’accesso invece che a una sua migliore diffusione, perché il trasloco compete a industrie che non devono rispondere, come altre istituzioni, a più antiche forme riconosciute di legittimità dello scambio. Le gravi lacune legislative dei copyright in tutto il mondo rispetto alle possibilità offerte dalla condivisione in Rete, consentirono di trattare Swartz come un pericoloso criminale, confondendo la sua passione per il pubblico dominio della conoscenza come una banale violazione di diritti di proprietà intellettuale.

Questo ne fa, più di un ribelle, di un “Che” di Internet (al quale a volte viene accostato), una sorta di tragica figura pasoliniana, segnata dalla notorietà e dall’altra sua faccia – la persecuzione – oltre che da una vergognosa solitudine dovuta alla pavidità di chi avrebbe potuto e dovuto aiutarlo e non mosse un dito. L’ignoranza e l’aggressività della politica americana fecero il resto. Per questo vale davvero la pena guardarsi il film (in lingua inglese), per comprendere come ci sono rari intellettuali che riescono a fare qualcosa di più di narrare il Potere: riescono a vederlo in volto, ad entrare in contatto con esso. Smascherandolo e coprendolo di ridicolo. Privilegio che tuttavia porta a una sorta di inebriamento, di difficoltà a farsi ascoltare, di radicalizzazione incompresa, e ciò contribuisce alla solitudine: premessa perfetta perché il Potere consumi la sua vendetta.

Fonte: The Internet's Own Boy • Immagine: Daniel J. Sieradski (CC) • Notizie su: