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TV e device: le app second-screen non funzionano

Da un'indagine sui professionisti emerge come le app second-screen non sortiscano gli effetti sperati: quale sarà il risultato sull'utente finale?

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Nel tentativo di catturare un’utenza sempre più incline alla condivisione social e alla fruizione di contenuti online, nell’ultimo biennio le emittenti televisive hanno tentato la carta della app second-screen. Si tratta di software per dispositivi portatili pensati per fornire informazioni aggiuntive, o contenuti esclusivi in diretta, durante la visione di un programma, un evento sportivo o un notiziario. A quanto pare, però, le potenzialità del mezzo sarebbero lontane dal raggiungere i risultati sperati.

Lo rivela un editoriale di Streaming Media, a margine dello Streaming Forum 2014 conclusosi a Londra lo scorso giugno: le app second-screen non funzionerebbero come sperato. A confermarlo una survey condotta sui professionisti e i dirigenti di settore – i cui dettagli non sono completamente svelati – condotta per l’occasione da Piksel. La domanda sorge quindi lecita: se nemmeno gli addetti ai lavori hanno fiducia nel mezzo, quale può essere la risposta dei consumatori?

Il primo intoppo si presenterebbe a livello di contenuti: le feature proposte dalle app second-screen non sarebbero sufficientemente attraenti, tanto che nemmeno l’utenza pro pare ne faccia ricorso. Il secondo è invece una questione di prezzo con cui i contenuti extra vengono offerti.

Nel constatare come nemmeno le app gratuite riescano a conquistare il bacino potenziale di consumatori, forse per delle funzioni non così allentanti, l’evidenza mostra un cauto disinteresse anche per quelle a pagamento, nonostante i media esclusivi e i contenuti ritagliati attorno alle esigenze degli appassionati. La feature di punta pare essere la possibilità di rimuovere la pubblicità dai propri show preferiti, anche se le soglie di prezzo sono decisamente variabili: più della metà degli intervistati pagherebbe dai 3 ai 5 dollari al mese per eliminare ogni forma di advertising, mentre un 18% sarebbe disposto a sborsare fino a 10 dollari. Un risultato promettente, tuttavia limato da un 17% di utenti decisi a non pagare più di 50 centesimi per lo stesso servizio. La situazione, però, si modifica se i servizi a pagamento vengono misurati sul singolo show e non su un pacchetto in abbonamento: la maggior parte degli intervistati, il 64%, è disposto a investire fino a 1 dollaro a trasmissione.

La grande sorpresa – o forse il grande flop – arriva invece sul versante delle raccomandazioni. Le case di distribuzione hanno tutto l’interesse di incentivare la visione dei propri prodotti e, proprio grazie alle applicazioni mobile, hanno una chance in più per catturare l’attenzione dello spettatore. Si è quindi pensato di inserire delle “raccomandazioni”, degli elenchi o delle proposte che potrebbero essere gradite allo spettatore in base ai suoi gusti. Da quanto emerge, non solo gli intervistati non presterebbero attenzione a quelle automatiche – poiché spesso erronee – ma anche quelle personalizzate non sortirebbero gli effetti sperati. Si tratta di un problema non da poco, perché quest’ultima categoria riguarda i suggerimenti provenienti dal gruppo dei pari o dalle amicizie, il vecchio “passaparola” nell’era della condivisione digitale. Al contrario, ad avere maggiore attrattiva sembrano essere i consigli “trending” a livello globale, forse perché ben indicativi del successo, o meno, di un prodotto multimediale.

In definitiva, l’industria dei media canonici – cinema e TV – cerca una modalità con cui cavalcare la rivoluzione mobile in corso. Le app second-screen, per quanto siano fisiologicamente destinate a migliorare la loro performance nel tempo, non sembrano però essere la risposta.