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Cloudgate: celebrità, non incolpate Internet

Il caso della sottrazione delle foto dai loro cloud ha creato una grande confusione, ma Internet non è l'Informazione e la legge più dura è la reputazione.

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Il caso delle foto rubate alle celebrity da parte di un cracker poi diffuse in Rete dopo il tentativo (fallito) di venderle, sta scombussolando il dibattito sui social, dove montano ogni ora notizie e soprattutto commenti che rischiano di alzare ancora di più il livello di confusione. Nel mare di appelli a non incolpare le attrici ci si è scordati di quanto sia fondamentale non incolpare neppure Internet né per forza le aziende che vi operano.

Inutile e anche impossibile produrre una rassegna stampa sull’argomento della settimana. Le foto osé rubate a famose e bellissime celebrità hanno scatenato un putiferio, nel quale – com’era ovvio – si stanno ancorando facilonerie varie sul tema privacy-Internet. Mentre c’è chi, come il Guardian, tenta di ricostruire con fatica (e un po’ di fantasia) quello che è successo, altri sparano fucilate verbali contro Apple, colpevole secondo questa visione di non aver difeso adeguatamente il sistema; c’è chi si spinge oltre e fa paragoni volutamente esagerati con reati di violenza fisica e psicologica e immagina retate mondiali contro i possessori privati di queste immagini, paragonati a veri e propri stupratori. C’è molto folklore, ma alcuni elementi di questa vicenda straordinaria vanno precisati per evitare di incorrere nei soliti pregiudizi contro il web.

Vulnerabilità e reputazione

L’argomentazione tipo del tecno-fobico è la seguente: i dati più sensibili sono in veri e propri colabrodo, altrimenti noti come cloud, protetti da contratti che nessuno legge e che impediscono ai tutori della legge di chiedere ai colossi della Silicon Valley di rispondere dei loro errori. Se il tecno fobico è anche giornalista coi capelli bianchi, allora si può stare certi che non mancherà l’aggiunta alla “signora mia, che tempi” dove si denuncia la disparità di trattamento: di qua i giornali passibili di querela se pubblicano foto rubate, di là Internet che fa quello che gli pare. Questa è una semplificazione inaccettabile.

  • La vulnerabilità è insita nella struttura. Questo è il primo concetto da non dimenticare mai se si vuole giudicare con un po’ di senno questi fenomeni. A 48 ore dall’evento, è impossibile determinare già quale sia il grado di responsabilità di un’azienda rispetto a un leak. In Rete esisteranno sempre delle vulnerabilità, quello che conta è cercarle sempre, migliorare il sistema e soprattutto denunciarle, per trasparenza, agli utenti. La Apple è forse stata hackerata con sistemi enormemente complessi (intercettazione, concatenamento, calcolo algoritmico delle password e chissà cos’altro), dunque la responsabilità è prima di tutto di chi compie il reato. Una recinzione bassa non è un invito al furto né un’attenuante.
  • La legge più dura di Internet è la reputazione. La FBI, le società di software, tutti indagano e dicono la loro, ma per Apple il caso è già un problema economico enorme, assai più di quanto lo sarebbe se ci fossero leggi simili a quelle degli istituti bancari (e nulla vieta al legislatore). Se infatti gli utenti mostrassero di non fidarsi più del servizio iCloud, per Cupertino il danno sarebbe di diverse centinaia di volte superiore a qualsiasi multa o copertura assicurativa. I contratti sono quello che sono (vd. vulnerabilità), ma la reputation non perdona.
  • L’informazione fa il suo mestiere, Internet non è un editore, non fa scelte. Un’altra grave confusione è quella che oppone di continuo la Rete con i doveri dell’informazione. Internet è una struttura a disposizione di tutti, dovere dell’informazione è rispettare le leggi pensate per lei: è del tutto evidente che applicarle alla rete sarebbe una follia. Il dovere delle aziende è di divulgare immediatamente la scoperta di eventuali vulnerabilità, nient’altro, e sicuramente non comportarsi come una redazione. Peraltro ci sono le proprie di leggi: YouTube, tante diverse piattaforme, elimina i file su richiesta, cancella contenuti quando violano il copyright. Per la Rete dovrebbe valere, rispetto ai giornali, il motto Vive la différence!

James Foley e Jennifer Lawrence: non sono più i giornali a fare gli scoop

Di fronte a questo cloudgate, insomma, meglio andare oltre la banale contrapposizione utente/Internet, magari cogliendo l’occasione per riflettere sulle dinamiche che la sottendono. È il parere anche dell’avvocato Fulvio Sarzana, esperto di diritto applicato al web, rimasto profondamente colpito da tutta la vicenda, tanto che non è escluso possa essere al centro di una prossima puntata di PresiPerIlWeb, la rubrica domenicale su radio radicale da lui co-condotta.

In questa storia c’è di tutto: il pruriginoso, la celebrità, la tecnolologia cloud, la privacy, l’informazione.

Vero, sa qual è però l’aspetto che più mi colpisce? Dopo il video di Foley, ecco lo scandalo delle foto osé, e nessuno di questi scoop è stato prodotto dall’informazione.

Il video dei jhadisti pubblicato in videosharing, le foto distribuite su 4Chan, Pastebin, Reddit…

Esatto. Credo che discutere della responsabilità o meno dei giornali, di applicare certi concetti nati con la carta stampata ai frequentatori della rete sia ormai un po’ fuori dal mondo. La verità è che l’informazione insegue i contenuti più clamorosi, non li produce più, si limita a ripeterli.

Dal punto di vista del diritto?

Partiamo dal presupposto che un solo secondo in rete fa diventare globale un contenuto, qualunque esso sia. Se si accetta questa idea del contenuto “nato altrove” si capisce bene come anche dal punto di vista del diritto vanno ripensate molte cose, e naturalmente applicate quando invece esistono nomi e cognomi dei responsabili del reato. Ma se non si può certo dare la colpa alle celebrity, credo anche sia compito di un legale spiegare bene al tuo assistito quali sono i rischi connessi all’uso di questi strumenti, che non sono sicuri al 100% e non possono esserlo.

Fonte: Webnews • Immagine: shutterstock • Notizie su: ,