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Digit: come sta il giornalismo digitale in Italia?

La due giorni a Prato con workshop sul giornalismo digitale: come da tradizione, alto il livello tecnico e una riflessione generale sullo stato attuale.

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Più di 40 workshop caratterizzeranno oggi e domani la terza edizione di Digit, l’evento promosso dall’Ordine dei Giornalisti della Toscana e dalla Lsdi che si terrà negli spazi della Camera di Commercio di Prato e rappresenta un vero e proprio festival del giornalismo digitale italiano. Come sempre, alto livello tecnico dei panel e quest’anno anche un documento sullo stato dell’arte dal quale si evince che la carta è ancora padrona, ma è solo questione di tempo.

Basterebbe dare un’occhiata ai seminari di Digit per rendersi conto della qualità del festival, della sua natura particolarmente tecnica. A Digit si parla del flusso di lavoro (workflow) nelle redazioni all digital, di competenze specifiche, di tricks per evitare querele e problemi legati alle contraddizioni di un paese in cui vige il regolamento Agcom, delle nuove fonti di informazioni che un giornalista digitale deve saper utilizzare, dai Big Data al cosiddetto Deep Web. Insomma, ci sono molti strumenti e poche chiacchiere, cosa che rende gli eventi di Digit – e ci voleva – qualcosa di diverso dagli infiniti festival sparsi per il Belpaese collegati più o meno direttamente alla parola più abusata del mondo: comunicazione.

Il giornalismo digitale in Italia

Al centro della giornata di oggi, la presentazione della ricerca dell’Odg Toscana sul mondo del giornalismo digitale italiano: 65 pagine scaricabili anche in pdf, prodotte con il contributo del gruppo di lavoro di “Giornalismi” (testata imprescindibile per la ricerca sul tema in Italia) che aiutano a capire come tra giornalismo multipiattaforma e nativo digitale sembra persistere una linea comune, segnata da un certo ritardo culturale, professionale e strutturale. Le redazioni giornalistiche italiane sono ancora legate al mondo della carta.

L’aspetto più rilevante, forse, è che nella grande maggioranza le redazioni osservate considerano il digitale più come uno strumento tecnico/tecnologico che come un nuovo modo di fare giornalismo. Un modo che forza il paradigma culturale del giornalismo tradizionale, in cui l’organizzazione e le gerarchie interne restano sostanzialmente quelle della carta.

Eppure il digitale sta imponendo già da qualche anno una trasformazione evidente delle mansioni di questa professione (capacità di utilizzare la Rete, l’hardware, la conoscenza di base del videomontaggio, del funzionamento dei droni e chissà cos’altro in futuro), che dovrebbe comportare una modificazione dell’impostazione stessa del modo di lavorare. I segnali e i modelli di integrazione, anche quando parziale, però non mancano e sono incoraggianti:

Le due strutture (carta e web) si sono fuse in un’unica redazione e si è avviato un processo di integrazione sul piano tecnologico, dei processi produttivi e delle culture proprie dei due mondi. La fusione è già a buon punto, anche se a livello di desk le funzioni di gestione sono
ancora separate, anche per conservare alcune competenze in qualche modo distintive. In ogni caso la scrittura e il racconto in generale sono già pienamente contaminati. Si va verso una integrazione piena, in parallelo con quanto avviene nelle redazioni delle testate locali.

Nella ricerca ci sono spunti interessanti per tutti gli addetti ai lavori e per chi vuole seguire l’evoluzione di questo mestiere, alle prese con uno dei trasferimenti industriali – dal fisico al virtuale – più impegnativi della sua storia. Si scoprono esempi di cooperative di giornalisti, vengono confrontati modelli di giornalismo locale perfettamente integrati alla comunità e alle realtà economiche del territorio, viene analizzatoi il successo di piattaforme che aggregano blogger, si misurano i modelli di business misti, tra pubblicità display e paywall, che sottendono alla grande questione di chi oggi fa l’editore, e perché e con quali prospettive.

Come seguire Digit

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Fonte: Digit • Notizie su: ,