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Dichiarazione di Internet: l’articolo 1

Il primo articolo della Dichiarazione: una summa dei principi fondamentali dei nuovi diritti dell'era digitale con un afflato da costituzionalisti.

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In ogni carta dei diritti si comincia definendo quali siano i principi morali che dettano agli estensori gli articoli che li tuteleranno. Nella Dichiarazione Universale dei diritti umani promossa dalle Nazioni Unite tutti gli uomini nascono uguali, nella convenzione sui diritti dei bambini si stabilisce che essi nascono già cogli stessi diritti e con alcuni specificatamente pensati per loro. Nella Dichiarazione dei diritti in Internet appena resa pubblica in Italia, il primo articolo ha lo stesso stile.

Come tutte le carte di diritti universali, anche la Carta dei diritti e doveri in Internet (pdf) ha un preambolo e un primo articolo che fanno da cornice ideale e storica a tutti gli articoli successivi. Nel preambolo, si spiega come Internet abbia contribuito in maniera decisiva a «ridefinire lo spazio pubblico e privato», a ristrutturare i rapporti tra le persone e tra queste e gli enti. Internet, per la commissione che ha lavorato al documento, ha almeno tre meriti: aver cancellato i confini, costruito nuove modalità di produzione e utilizzazione della conoscenza (e conseguenti modificazioni profonde anche al mondo del lavoro e la sfera pubblica), consentito lo sviluppo di una società più aperta e libera. Una risorsa globale che risponde già di suo, per sua natura, al criterio della universalità. Corretto che fossero proprio questi stessi criteri fermati nelle dichiarazioni universali precedenti a influenzare la Dichiarazione italiana.

Il primo articolo è molto breve:

Sono garantiti in Internet i diritti fondamentali di ogni persona riconosciuti dai documenti internazionali, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, dalle costituzioni e dalle leggi.
Tali diritti devono essere interpretati in modo da assicurarne l’effettività nella dimensione della rete.
Il riconoscimento dei diritti in Internet deve essere fondato sul pieno rispetto della dignità, della libertà, dell’eguaglianza e della diversità di ogni persona, che costituiscono i principi in base ai quali si effettua il bilanciamento con altri diritti.

Le quattro parole

Se si fa caso alle prime righe della Dichiarazione, si nota la ripetizione sia nel preambolo che nell’articolo 1 degli stessi quattro termini. Non accade in nessun’altra parte del documento. I termini sono: dignità, libertà, eguaglianza, diversità. Sono concetti presi dalla Dichiarazione Universale e da tutte le carte più importanti. Qui si sente la mano di Stefano Rodotà, secondo il quale si doveva procedere a una “costituzionalizzazione di Internet”, cioè un processo contrario a quello più banale dell’inserire Internet da qualche parte nell’ordinamento, bensì applicare lo stile, l’afflato dei costituzionalisti nella conferma dei diritti e dei doveri attinenti un nuovo patto tra cittadini e Repubblica.

Interessante la riflessione di uno dei membri della Commissione, Luca De Biase, che ha ribadito il senso dell’operazione ricordando Lawrence Lessig, grande innovatore del copyright, che aveva intuito prima di altri come il codice dell’infrastruttura produce nel tempo una forma di potere e potenziale abuso dei diritti umani. La fiducia verso il codice è malriposta perché esso è modificabile e Internet è già cambiato molto rispetto al periodo dei pionieri.

Il modello tipicamente europeo, dove si punta a confermare principi e non si crede alla mano invisibile dell’autoaffermazione e autoregolamentazione, ma che ha pure un’ambizione globale contando sull’esempio dall’esperienza brasiliana del Marco Civil, dall’Internet Governance Forum, trova così appoggio anche nelle più lucide analisi degli studiosi di tutto il mondo (anche americani) e dall’invito di Tim-Berners Lee, che è giunto alla medesima conclusione: per evitare la balcanizzazione della rete bisogna stabilire che è un diritto come l’istruzione o un bene come l’acqua.

Fonte: Webnews • Immagine: shutterstock • Notizie su: ,