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Dichiarazione di Internet: l’articolo 3

Stefano Quintarelli commenta il punto 3 della Dichiarazione, che parla della neutralità della rete. Un compromesso raggiunto con fatica.

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Il primo punto della Dichiarazione dei diritti in Internet dove si avverte la fatica di una soluzione di compromesso è quello dedicato alla neutralità della rete. L’articolo 3 della bozza pubblicata la scorsa settimana affronta uno dei temi più delicati della Rete: come conciliare la crescita prepotente degli over the top con la natura storicamente egualitaria della infrastruttura. Quando si aprirà la consultazione, certamente non mancheranno le osservazioni critiche.

Le pressioni commerciali che interessano tutta l’architettura Internet influenzano il flusso di informazioni e la sua struttura aperta. Questo emerge in tutti gli studi recenti. Il Pew Research ha inserito la net neutrality tra le vittime possibili delle principali minacce per la rete, insieme alla privacy (anch’essa toccata dal testo della commissione della Camera, al punto 4). Il problema è sempre più all’ordine del giorno e aumentano i dibattiti, le campagne di sensibilizzazione, le proteste simboliche. Da questo punto di vista il terzo articolo è un buon esempio di testo chiaro nei principi ed equilibrato nella sua estensione, consapevole della mancanza di certezze:

Ogni persona ha il diritto che i dati che trasmette e riceve in Internet non subiscano discriminazioni, restrizioni o interferenze in relazione al mittente, ricevente, tipo o contenuto dei dati, dispositivo utilizzato, applicazioni o, in generale, legittime scelte delle persone. La neutralità della Rete, fissa e mobile, e il diritto di accesso sono condizioni necessarie per l’effettività dei diritti fondamentali della persona. Garantiscono il mantenimento della capacità generativa di Internet anche in riferimento alla produzione di innovazione. Assicurano ai messaggi e alle loro applicazioni di viaggiare online senza discriminazioni per i loro contenuti e per le loro funzioni.

Le corsie preferenziali

Sulla neutralità della rete si sono letti milioni di articoli e ci si potrebbe anche perdere senza capire più dove stanno le ragioni degli uni e degli altri, di chi è uno strenuo difensore e di chi invece è possibilista sul cambiarla. In realtà, spogliata di tutti i cervellotici commenti, la net neutrality è un concetto immediatamente intuitivo: così come le telecomunicazioni sono basate sul rapporto identico comunicante-comunicato (non ha importanza chi ci chiama al telefono, l’importante è che possano farlo tutti), anche i provider servono i pacchetti dati che sfrecciano in Rete ad ogni utente nella medesima maniera, che sia l’utente di un blog sconosciuto oppure di YouTube.

L’evoluzione delle piattaforme sul web, però, ha cominciato a far pensare se non sia il caso di creare delle corsie prefenziali, secondo la logica per cui si va tutti nella stessa direzione, ma su auto dalle cilindrate parecchio diverse e chi ha maggiori disponibilità può pagare un pedaggio. Questo concetto è esploso con il caso FCC negli Stati Uniti, che dopo aver perso contro Verizon si è trovata costretta a riscrivere le regole e sembra avere intenzione di consentire la possibilità per le aziende di pagare i provider così da ottenere maggiore banda.

Questo scenario è fortemente osteggiato da associazioni come la Electronic Frontier Foundation, che ha lanciato la petizione DearFCC grazie alle quale ha raccolto fino al mese scorso migliaia di adesioni per difendere il principio secondo il quale i fornitori di Internet devono trattare tutti i dati trasmessi attraverso le loro reti in modo eguale. Principio che è stato gà violato in passato, in rare occasioni, a dimostrazione di come i service provider sarebbero pronti a farlo in caso fosse soltanto opzionale.

Il timore di chi difende questo principio è che i grandi colossi del web rafforzino la loro posizione fino a rendere impossibile il farsi avanti di nuovi protagonisti dell’innovazione, poiché le corsie preferenziali verrebbero subito occupate a suon di dollari dalle aziende più importanti e per le altre sarebbe difficile prendere piede. Questa tesi è stata accolta dal Parlamento Europeo, che nel suo regolamento sulle comunicazioni (quello che ha abolito il roaming, per intendersi) ha sottolineato l’importanza della net neutrality e ha votato per mantenerla.

Intervista a Stefano Quintarelli

Il deputato Stefano Quintarelli è uno dei componenti politici della Commissione alla Camera che ha redatto la Dichiarazione, ma è anche uno dei padri di Internet in Italia, nominato di recente presidente del comitato di indirizzo dell’Agid. Da sempre sostenitore della neutralità della rete, difende lo spirito dell’articolo 3 da chi l’accusa di essere troppo morbido.

Una volta si diceva, parafrasando la Dichiarazione delle Nazioni Unite, che tutti i bit nascono uguali. In verità non è così: come giudica il testo uscito dalla commissione?

Il terzo punto è stato oggetto di forti riscritture, dovute a pareri discordanti. L’attuale formulazione va nella direzione già vista con il contributo italiano alla comunità europea.

Informazione e libertà dell’utente.

Precisamente. Il compromesso, anche guardando al dibattito americano, è che non si vieta in linea di principio la corsia preferenziale, ma si esclude assolutamente che possa essere realizzata unilateralmente dalle società fornitrici. Non possono essere gli operatori a decidere, ma solo le persone, con la loro libertà di scelta. Se si vuole accedere a una connessione più veloce, bisogna che sia ben spiegato cosa significa e non deve valere anche per chi non la pensa allo stesso modo, in un contesto che vieti la discriminazione.

Qui si entra nel complicato puzzle della rete fissa e quella mobile. La prima generalmente neutrale, la seconda molto meno…

Questo perché sulla rete fissa il pacchetto viene consegnato al singolo utente, mentre su quella mobile viene condiviso. È la stessa differenza che c’è tra il prendere la macchina e l’autobus. Ovvio che nel secondo caso è più complicato garantire la neutralità, per questo la soluzione è più banda; da qui le policy che dovranno venire.

L’Italia sembra privilegiare le soluzioni meno radicali, anche nei confronti dell’Europa, non sarà un autogol?

Credo che per come l’abbiamo scritto il punto sulla neutralità sia sufficientemente garantista. Certo, poi molto dipende dalla nuova Commissione Europea, non soltanto i commissari ma anche tutto il governo europeo e il rapporto coi lobbisti. Al momento non si possono fare previsioni.