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Tim Berners-Lee critica il diritto all’oblio

A Parigi il creatore del web critica il diritto all'oblio. Secondo Tim Berners-Lee fingere che qualcosa non sia accaduto offende la natura della rete.

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Il diritto all’oblio è meno importante del diritto all’accesso alla storia. L’affermazione è di Tim Berners-Lee, l’inventore del World Wide Web, quella rete sulla quale si sono costruite aziende straordinarie, con servizi prima impensabili, tra i quali i motori di ricerca che mettono in discussione concetti come oblio e memoria che si credevano stabili per sempre.

Intervistato durante LeWeb, a Parigi, Berners-Lee ha parlato di molte cose, dal lavoro del W3C sull’HTML5 – dichiarando anche di trovare piuttosto «noioso» il web delle applicazioni – ai robot intelligenti, ma ha dedicato la sferzata più robusta proprio al diritto all’oblio, che non comporta la cancellazione dei contenuti ritenuti imbarazzanti per una persona, ma la loro deindicizzazione. Una tecnica che il padre del web non esita a considerare molto sbagliata. Una presa di posizione importante, dato che l’uomo è notoriamente allergico alla campagne e ai richiami di una causa piuttosto di un’altra.

È la nostra società, la costruiamo. Siamo in grado di definire le regole su come utilizzare i dati. Questo è molto meglio che cercare di far finta che una cosa non sia mai accaduta.

Il diritto all’oblio e i suoi rischi

La controversa sentenza della Corte di giustizia è ormai nota: prevede il diritto per gli utenti di vedersi riconosciuta la possibilità – stante la valutazione di una commissione e dello stesso motore di ricerca – di deindicizzare un sito che contenga informazioni ritenute antiquate, sproporzionate, potenzialmente lesive. Di per sé un concetto anche giusto, per evitare quell’effetto “stalker” che il web può avere nei confronti di persone che hanno il diritto di ricominciare a vivere su basi nuove, senza dover sempre rendere conto di errori del passato già scontati. Tuttavia, la sua applicazione è tremendamente complicata e può comportare persino la violazione della memoria storica collettiva.

È il tema affrontato da Berners-Lee, che qualche giorno fa a Singapore ha persino citato Isaac Asimov rivelando che coi suoi collaboratori aveva pensato di chiamare i siti web “psychohistory”. Un riferimento anche troppo esplicito all’idea che la rete serva a contenere storie individuali, non certo a cancellarle. Nell’universo di Asimov, la psicostoria combinava sociologia e matematica per predire il futuro delle vicende umane. In quello reale, bisogna invece preoccuparsi di decisioni che non restaurano affatto una condizione neutrale, come si vorrebbe far credere.

Il più grave difetto dell’applicazione di questo diritto è che nessuno ha pensato ai casi in cui un collegamento tra un contenuto deindicizzato e vicende future della persona tornino ad essere storicamente, giornalisticamente, giuridicamente importanti. Per questa ragione, secondo Berners-Lee, «se passi il 95% del tuo tempo con la tecnologia, devi accettare di passarne il restante 5% con le sue implicazioni legali».

Google avvisa: rimossi alcuni risultati

Questa dicitura appare ormai sotto ogni pagina di risultati di Google a proposito di qualunque nome di persona. Il motivo ufficiale è che Google intende far trasparire il suo impegno a rispettare la sentenza della corte di giustizia europea. L’effetto secondario è quello di rendere più arduo distinguere gli interventi di rimozione. Con l’avviso di default, soltanto un tool di ricerca incrociata può stabilire se ci siano link spariti dalla versione italiana di Google rispetto a google.com. Questo per evitare delle ricerche ossessive che finiscano per vanificare la deindicizzazione. Un’altra conseguenza di una tecnica controversa.

Fonte: CNET • Immagine: Flickr • Notizie su: ,