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Legge sulla diffamazione su un binario morto

Una campagna online chiede di fermare il ddl diffamazione. Toni fin troppo accesi, ma qualche problema esiste e in Commissione si ferma tutto.

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Si torna a parlare della legge sulla diffamazione, da molti anni ormai in agenda in Parlamento senza venirne a capo. Ora però che l’ultima proposta di legge, quella del deputato Costa e modificata in Senato lo scorso 29 ottobre, è in terza lettura alla Camera, si è di nuovo alle barricate: tra chi pensa sia necessario modernizzare il concetto di diffamazione anche rispetto alla realtà del web, e chi pensa che la soluzione ideata sia peggio del problema.

L’attuale testo di legge (pdf) è nato per rispondere alla richiesta europea di cancellare il carcere per i giornalisti (vecchio retaggio del codice fascista rimasto nella legge del ’48), sostituendolo con una sanzione. Di per sé sarebbe bastata questa modifica alla legge sulla stampa e nei codici di procedura penale e civile per rispondere a questo appello, ma in quasi due anni di discussione il progetto è diventato molto altro, arricchendosi via via di precisazioni sulla equiparazione delle testate online, la rettifica, fino ad un improbabile inserimento del concetto di diritto all’oblio che poco c’entra con l’impianto della legge.

Pregi e difetti

I pregi del nuovo testo come uscito in autunno sono notevoli: responsabilizza la professione invitandola a pubblicare una rettifica a meno che non possa provare coi fatti che ciò che ha scritto è fondato, e introduce un minimo di concetto di querela temeraria, fondamentale perché il presunto diffamato non usi la giustizia come deterrente al corretto svolgimento dell’informazione verso la collettività. Nulla a che vedere con le leggi bavaglio degli anni passati (checchè altri lo sostengano superficialmente), dato che evita ogni responsabilità oggettiva dei mezzi di informazione ed esclude i siti web che non sono testate giornalistiche.
Tuttavia sono notevoli anche i difetti, a partire dalla confusione ingenerata dalla rettifica online, un meccanismo troppo rigido e difficilmente applicabile che sembra fatto apposta per creare situazioni paradossali di rettifiche ad articoli già scomparsi o corretti. Difetto dovuto al fatto che spesso chi ragiona su questi temi o suggerisce come ragionarci viene dall’epoca del piombo.

Nel complesso, molti argomenti contrari, sponsorizzati da una campagna di Repubblica, hanno toni esagerati ascrivibili a quel che Luca Sofri definisce «un comprensibile ma irrilevante interesse corporativo». Clamorosamente errato anche sostenere che la rettifica secondo la legge contenga un automatismo che riduce la libertà del giornalista come se non potesse mai rifiutarsi: se è in grado di documentare i suoi atti non c’è nessun obbligo, così come si può sempre far decidere a un soggetto terzo, cioè un giudice. Allora perché anche coloro che non aderiscono in pieno alla campagna nodiffamazione.it pensano sia meglio non approvarla e ricominciare daccapo?

Il punto terzo

Le maggiori discussioni in commissione giustizia alla Camera riguardano l’articolo 3, che recita testualmente:

L’interessato può chiedere l’eliminazione, dai siti Internet e dai motori di ricerca, dei contenuti diffamatori o dei dati personali trattati in violazione di disposizioni di legge.
L’interessato, in caso di rifiuto o di omessa cancellazione dei dati, può chiedere al giudice di ordinare la rimozione, dai siti Internet e dai motori di ricerca, delle immagini e dei dati ovvero di inibirne l’ulteriore diffusione.

Qui, come si è già detto su Webnews mesi fa, si annidano le confusioni peggiori. In pratica si trasforma ogni testata online in uno strumento di deindicizzazione preventiva sulla base della rettifica, quando invece c’è un Codice della privacy che ha già un suo protocollo e qualche passaggio e garanzia in più. Luca De Biase l’ha brillantemente definito «un generatore automatico di controversie». Se si togliesse il terzo punto, la legge avrebbe qualche possibilità di essere approvata in quarta lettura al Senato? Prima della campagna #nodiffamazione forse sarebbe stato possibile, oggi, confessa il relatore della legge, il deputato del PD Walter Verini, lo è molto meno.

Verini: o incassiamo o finisce in nulla

Walter Verini è anche giornalista (ha lavorato a l’Unità e a Paese Sera) e pensava di aver prodotto un testo idoneo già nel 2013 con il collega Enrico Costa (Ncd), salvo poi aspettare un anno prima che il Senato glielo rispedisse indietro modificato a tal punto da aver scatenato una campagna sugli organi di informazione e un appello firmato da Stefano Rodotà. Oggi non è in grado di prevedere come andrà a finire, ma sa che passerà altro tempo.

Abolizione del carcere e sanzione: perché non si è rimasti a questo?

Quando la pratica è andata al Senato secondo me si era arrivati a un buon compromesso. Avevo partecipato a molti convegni, incontri, audizioni; anche se c’erano delle criticità mi pareva che in gran parte degli interessati – anche fra coloro che oggi sostengono la campagna contro la legge – fosse passata l’idea di accettare che ci occupassimo di questo rimandando tutti gli altri temi ad altre proposte di legge.

Eppure, anche al tempo, la firma di un deputato come Costa non piaceva molto a chi ricordava il suo punto di vista sulla Rete…

Sono abituato a giudicare per quel che vedo, quel testo era equilibrato.

Quanti scenari possibili ci sono per questa legge sulla diffamazione?

Sarebbero due: o accogliamo il testo così com’è, oppure, se lo modifichiamo ancora, tornerà in quarta lettura al Senato e francamente il rischio che finisca su un binario morto, a questo punto, è molto alto.

Forse c’è un terzo scenario: cancellate tutto, tenete solo l’abolizione del carcere e la sanzione, e chiedete al Senato di votarla senza perdere altro tempo.

È possibile, ma ovviamente solo con un discorso chiaro tra i gruppi parlamentari. Il testo deve arrivare in Senato con un impegno già preso precedentemente. Poi l’aula potrà intervenire come nelle sue prerogative.

Verini, questa legge è un pericolo per la democrazia?

Noi ci siamo fermati, per rispetto di questa campagna stampa che obiettivamente va ascoltata. Però credo che i toni siano davvero eccessivi e concordo con chi argomenta i punti di criticità, che pure ci sono, senza pretendere di inventarsi una specie di diritto alla diffamazione, che non esiste.

I tempi di discussione sono quindi allungati?

Posso già dire che gli emendamenti potranno essere presentati anche oltre la metà del mese, ci vorranno ancora delle settimane e non dimentichiamo che c’è di mezzo l’elezione del Capo dello Stato: non si sta parlando di una legge che faremo domani mattina.

Fonte: Webnews • Via: Wittgenstein • Notizie su: