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Fibre flessibili per impianti medici nel cervello

Un team di ricercatori del MIT è al lavoro su una tipologia di fibre flessibili che in futuro potrà essere impiegata per impianti cerebrali non invasivi.

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Che il progresso tecnologico possa apportare benefici concreti anche in ambito medico è ormai fuori discussione. Lo dimostra ad esempio il programma Calico messo in campo da Google, finalizzato allo sviluppo di tecniche e soluzioni che potranno tornare utili nella lotta alle malattie. Anche il MIT (Massachusetts Institute of Technology) è al lavoro su un progetto simile.

L’obiettivo è quello di creare fibre flessibili destinate agli impianti cerebrali, ovvero da posizionare a diretto contatto con le aree del cervello che necessitano di cure o monitoraggio costante. Queste, grazie alle loro dimensioni estremamente contenute, non risulteranno invasive per il paziente, a differenza di quanto invece avviene oggigiorno. Inoltre, al loro interno si troveranno canali in grado sia di trasportare i medicinali in un punto preciso che di raccogliere informazioni sull’attività della zona da controllare, rendendo di fatto obsoleti i sensori o gli ingombranti elettrodi impiegati oggigiorno. Un approccio di questo tipo potrebbe interessare ad esempio coloro affetti da malattie neurodegenerative come l’Alzheimer o il morbo di Parkinson.

Stiamo costruendo interfacce neurali capaci di interagire con i tessuti in modo maggiormente organico rispetto a quanto fanno i dispositivi usati fino ad oggi. Il problema principale delle attuali protesi è rappresentato dal fatto che sono rigide e taglienti, così ad ogni minimo movimento rischiano di danneggiare i tessuti.

Queste le parole di Polina Anikeeva, uno degli undici ricercatori del MIT al lavoro sulla tecnologia. La miniaturizzazione delle componenti e la capacità del materiale impiegato di flettersi e adattarsi a ciò che lo circonda sono dunque i due punti di forza del progetto. Inoltre, ogni impianto potrà essere sviluppato in modo da adattarsi perfettamente alla conformazione del cranio in cui andrà posizionato, in modo da ridurre al minimo il rischio di risultare invasivo o fastidioso per chi lo dovrà portare. Serviranno comunque anni di test e perfezionamenti prima che una tecnica di questo tipo possa essere impiegata in ambito medico e ospedaliero su larga scala.

Fonte: MIT • Immagine: MIT • Notizie su: